Ripensando la
Globalizzazione
Sintesi economica a cura
di Antimo CEPARANO
Globalizzazione è un termine alla moda, anche impegnativo, ma molto
elastico, dai mille usi, soprattutto dalle mille interpretazioni possibili. Per
cominciare, conviene leggere la definizione che, in termini ufficiali, ne dà
l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Un processo
attraverso il quale mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre più
interdipendenti, in virtù dello scambio di beni e servizi e del movimento di capitale e
tecnologia Dizionari recenti che riportano il termine nell'accezione economica aggiungono
che tale processo è dovuto anche allo sviluppo delle reti informatiche e della
comunicazione. Ovviamente non ci si può fermare alla definizione se si vuole sapere come
e perché produzione e mercati diventano sempre più interdipendenti; come e perché beni,
servizi, tecnologia e capitali, scambiandosi più di un tempo oltre i confini dei singoli
paesi, spingono a forgiare un concetto nuovo, questa fantasmatica globalizzazione,
definita da un vocabolo che suggerisce un sopraggiunto cambiamento qualitativo.
Non
solo mercato
A parte la definizione, il termine in sé è corretto anche secondo la
nostra analisi in quanto il Capitale tende effettivamente ad avere effetti globali su
tutta la società umana da quando si è presentato sulla scena storica in quanto tale. Ma
nel mondo borghese la definizione prende il sopravvento e tutti quanti trattano il termine
coerentemente ad una visione volgare della stessa società borghese, che viene trattata
più come una fiera generalizzata, che come laboratorio sociale. Per esempio, l'accademica
di Harvard, Rosabeth Moss Kanter rafforza il concetto dell'OCSE riducendolo ai minimi
termini: il pianeta si sarebbe oramai trasformato in un unico, vastissimo supermarket,
dove ciascun capitalista può trovare, con poca spesa, tutto ciò di cui abbisogna. Anche
l'editorialista Peter Martin, in un dibattito con Le Monde Diplomatique (giugno 1998), non
riesce ad evitare l'apologia del libero mercato capitalistico, paludandolo da nuovo
umanitarismo, con toni che non possiamo rinunciare a gustare insieme con il lettore:
" La globalizzazione costituisce un'autentica collaborazione delle società e
delle culture, contrariamente alle collaborazioni fittizie dei dialoghi Nord-Sud e delle
élite burocratiche. Le sue virtù sono straordinarie: ha provocato un enorme
miglioramento del benessere umano nelle società che hanno saputo cogliere le occasioni
che offre. Sotto il suo impulso, il potere si sposterà irresistibilmente dai paesi
sviluppati al resto del mondo. L'economia liberista di mercato è per natura globale.
Rappresenta ciò che vi è per natura globale. Rappresenta ciò che vi è di più compiuto
nell'avventura umana".
E' vero, nell'ambito del capitalismo le merci abbattono più muraglie cinesi di
tutte le artiglierie del mondo, ma occorre indagare sul significato di quel benessere
disponibile per i paesi che abbiano saputo cogliere l'occasione. Come se i paesi, anche i
più importanti, potessero fare quel che vogliono. Brutalmente e più sinceramente, il
presidente del colosso multinazionale ABB e propugnatore dell'AMI (Accordo Multilaterale
sugli Investimenti) afferma con marcato volontarismo:
" Vogliamo investire dove vogliamo, il tempo che vogliamo, per produrre cosa
vogliamo, approvvigionandoci e vendendo dove vogliamo e sopportando il minor numero
possibile di obblighi (sociali, fiscali, ecologici)".
Ecco come possiamo tradurre: il Capitale ha sempre di fronte un ventaglio di
possibilità, e i suoi funzionari, in base ad esse, possono farsi i conti e decidere dove
e come intervenire; ma i frutti della globalizzazione sono raccolti da quei paesi che
hanno potuto, più che saputo o voluto, nella concorrenza spietata, attrarre capitali sul
loro territorio con condizioni favorevoli. Sappiamo cosa questo comporta, senza che il
soprannominato presidente multinazionale entri nei dettagli: governanti e sindacalisti non
fanno che ripetere agli operai di starsene buoni affinché non sia minata la fiducia dei
mercati nel paese in cui lavorano. Il fatto è che con la globalizzazione il salario medio
in un determinato paese si confronta immediatamente con quello di altri paesi e la
tendenza al livellamento si fa più forte. E' solo dopo aver fatto queste considerazioni
che possiamo scendere nei particolari e aggiungere l'ovvio: un paese come gli Stati Uniti
avrà certamente più possibilità di intervenire nelle regole del gioco che non, ad
esempio, la Romania. Rovesciando la questione entreremmo nel campo dell'antimperialismo di
maniera e, attribuendo volontà agli uomini di stato più che al Capitale autonomizzatosi,
potremmo scendere in piazza al grido di yankee go home. Non saremmo così tanto diversi
dagli Yankee, che hanno avuto come nemico il Tedesco e il Nipponico, l'Impero del Male e
il Grande Satana, il Terrorista e l'Integralista: mai l'avversario economico, sempre
quello morale. Sono un buon esempio i moralisti socialisteggianti che gravitano intorno a
Le Monde Diplomatique. Essi vivono nella lagna perpetua e sostengono che il risultato
pratico della globalizzazione è una Géopolitique du Chaos dove diventa più agevole lo
spadroneggiamento dell'America e del Fondo Monetario Internazionale, che intervengono a
modo loro, per esempio tramite la NATO come nei Balcani, per controllare la situazione,
oppure nella geopolitica del Golfo persico. Ovviamente in questo modo hanno sempre
ragione, perché è vero che l'America spadroneggia, che il caos incombe e che la NATO
interviene. Ma registrando semplicemente un dato di fatto visibile non si procede granché
nella comprensione dei fenomeni. Questo lo sa fare anche il superspeculatore George Soros,
quando mette in guardia nientemeno che l'umanità intera contro il capitalismo globale
selvaggio. Detto per inciso, almeno Soros basa la sua morale su solidi fatti economici:
essendo un "operatore" che si libra ad altezze stratosferiche rispetto al
Mercato della vacche delle Borse, egli sa bene che la grande speculazione dà grandi
risultati quando ha come obiettivo i sistemi rigidi di controllo statali o internazionali
dell'economia (e quando riesce a vincere, naturalmente). Abbiamo assegnato al termine
globalizzazione l'epiteto "fantasmatico" in quanto, al livello cui normalmente
è trattata, non vi sono novità qualitative rispetto al capitalismo del tempo di Marx e
il termine andrebbe collocato fra altri fantasmi del lessico dominante. In realtà, la
parola di questi aedi e ideologi borghesi rappresenta il riflesso di un fenomeno profondo,
anche se essi la trasformano in un feticcio metafisico, cui sono sacrificate le esistenze
reali di milioni di proletari. Del resto persino l'ex presidente degli Stati Uniti
Clinton, proprio a causa degli effetti della globalizzazione, ha dovuto tradire le sue
stesse premesse elettorali populiste; dopo aver ammesso che "[...] una transizione
economica dolorosa, intrapresa senza una adeguata rete di protezione sociale, rischia di
portare al sacrificio di vite umane in nome di una teoria economica" deve approvare
misure per limitare l'assistenza agli indigenti, agli ammalati e ai disoccupati. La
transizione è quella incominciata all'epoca di Reagan e interpretata da riviste di
successo come Wired, che vuol dire cablato, connesso, reso comunicante. La trasformazione
della comunicazione da analogica in digitale, le autostrade informatiche, la
trasformazione degli "atomi in bit", come si disse con una immagine efficace,
tutto ciò avrebbe comportato uno sconquasso sociale se fosse mancato il supporto
governativo al cambiamento in attesa del ritorno economico delle tecnologie. Mai un
programma politico fu sconfitto in maniera così totale obbligando la coppia
presidenziale, con le buone o le cattive, a scendere a più miti consigli con l'immenso
apparato assicurativo e assistenziale privato americano.
Purtroppo ragioni di spazio ci limitano in questa sintesi economica e ci
auspichiamo che per onestà intellettuale qualcuno raccolga la sfida lanciata da queste
considerazioni e prepari un convegno serio su cui ed in cui discutere di quello che è
ormai un vero morbo sociale: IL CAPITALISMO.
Il Presidente Bush continua, da posizioni culturali ed economiche meno impegnative
da un punto di vista etico e morale, questo processo la cui estremizzazione non può non
portare alla fine del Capitalismo per autocannibalismo: che verrà dopo? Forse
leconomia allidrogeno? Forse la Fine della Storia, intesa come processo basato
sulleconomia come motore della Storia? E certo che non è il vecchio
socialismo o il comunismo la ricetta per opporsi allo sfacelo morale in atto nel Mondo
globalizzato: occorre ripensare ad un neo-socialismo. Unidea! Forse al Socialismo
Fabiano? Fabio dice che la cultura rappresenta la vera leva che può liberare le masse
dalla schiavitù economica e di costume. Caro vecchio e dimenticato compagno del
socialismo di matrice anglosassone! Comunque vada LEGGETE, STUDIATE E PREGATE: sarete
uomini liberi nonostante Bush e lavanzare del Nulla.
P.S. Mi sono
avvalso per questa ricerca anche di alcuni testi presenti in Internet, purtroppo non
firmati: ciò a titolo di onestà intellettuale.
Pace e gioia.
Antimo Ceparano
email: cepanti@alenapoli.net

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