JENIN: Jelloun
"canta" la tragedia di Jenin
Raccontata in un volume la vicenda del
campo palestinese raso al suolo dai carri armati israeliani
della REDAZIONE
_____
Romanziere, poeta e giornalista, il
58enne Tahar Ben Jelloun, nato a Fes in Marocco, ma che vive a Parigi, ha voluto
"cantare" in un piccolo volume edito da Bompiani la tragedia del campo
palestinese di Jenin raso al suolo dai carri armati israeliani. Tra i suoi libri, due
hanno particolarmente colpito il pubblico italiano: quelli sull'Islam e sul razzismo
spiegati ai ragazzi.
Con questo testo su Jenin sembra voler rinunciare a spiegare la violenza
mediorientale. Solamente la descrive, la canta, quasi come faceva il Coro nella Tragedia
greca. Perché? "Oggi è molto difficile spiegare ai bambini quello che accade in
Palestina. Ho voluto reagire di fronte al dolore e al lutto delle madri palestinesi ed
israeliane. Avrei potuto non dare come titolo "Jenin" a questo libro, ma quando
alcuni israeliani hanno rifiutato la commissione di inchiesta internazionale su quello che
era accaduto in quel campo, allora mi sono detto che bisognava ricordare il dolore di una
madre palestinese che cercava i suoi figli e la sua casa tra le macerie del campo. Questa
volta non ho fatto un lavoro pedagogico, ma sono stato poeta, cioè una persona che cerca
di far provare emozioni e che cerca di capire dall'interno il dolore".
Lei scrive spesso del "diritto del più forte" o del "diritto del
tank". Sono questi i "diritti" vincenti? "Non credo. Il diritto del
più forte non vincerà mai anche se può schiacciare, anche se riesce a fare paura. Nella
storia abbiamo visto che nessun popolo occupato ha mai perso definitivamente la sua
libertà. È questo che voglio dire agli israeliani che occupano i territori, colonizzando
terre che non appartengono loro né per la storia né per le risoluzioni delle Nazioni
Unite. Non serve a niente occupare un popolo: si ribellerà sempre. Tutta la storia
dell'umanità è costellata di ribellioni di popoli occupati. E' molto meglio riconoscere
che quella terra appartiene a due popoli e che vi devono essere due Stati che si
rispettano reciprocamente". E il terrorismo? Ogni dialogo sembra divenire
impossibile. Ritorna l'antica domanda: che fare? "Bisogna prima di tutto ricordare
che il terrorismo è stato praticato dagli israeliani stessi contro gli inglesi. Credo che
il terrorismo sia l'arma ultima, l'arma estrema che interviene quando ogni tentativo di
dialogo è rifiutato. Mi rifiuto di parlare di un solo terrorismo. Io condanno gli
attentati suicidi. Trovo che non serva alla causa palestinese ammazzare innocenti in un
ristorante, ma nello stesso tempo dico che quello che fa Sharon e il suo esercito è
terrorismo di Stato. Penso che Israele abbia perso la sua anima. La terribile violenza
esercitata da Sharon è un programma orribile che mette in pericolo il futuro stesso di
Israele perchè sta costruendo un muro immenso, il muro dell'odio e non quello della
sicurezza". E il terrorismo di Osama Bin Laden? "Non posso mai giustificare il
terrore, soprattutto il terrore contro popolazioni civili. Chi lavorava nelle Twin Towers
non aveva nulla a che fare con l'ingiustizia di cui sono vittime molti popoli del mondo.
Il terrorismo, quello dei gruppi di individui e quello degli Stati, è una forma di
barbarie ingiustificabile. E' inaccettabile la minaccia di nuovi attentati. Penso che gli
Stati Uniti dovrebbero capire che, invece di pensare ad attaccare l'Iraq fornendo
argomentazioni al terrorismo, dovrebbero esercitare pressioni su Israele per riaprire il
processo di pace. Se facessero un gesto che obblighi Sharon a sedersi, a parlare, a
fermare i massacri, penso che i terroristi non avranno più pretesti per andare ad
ammazzare occidentali che non hanno fatto niente contro di loro. La lotta contro il
terrorismo è basata sulla giustizia e sulla ricerca delle cause prime per guarirle. Solo
così si può mettere fine a questa follia".
"IL PASSATO È
ANCORA PRESENTE"
Sabra e Chatila, ritorno su un massacro
Nei territori di Cisgiordania e Gaza,
l'esercito israeliano porta avanti la sua politica di occupazione, di asfissiamento delle
città, di distruzione delle istituzioni civili, di caccia ai militanti, di omicidi
mirati. Per la prima volta, ha ammesso di aver usato "scudi umani" nelle sue
operazioni, una prassi che tutte le convenzioni internazionali classificano come crimine
di guerra. Continua così un lungo calvario. Il massacro di Sabra e Chatila, perpetrato
esattamente vent'anni fa, nel settembre 1982, che ha visto l'assassinio di diverse
centinaia di civili nei campi di Beirut da parte delle milizie libanesi di destra sotto lo
sguardo complice dei soldati israeliani, è vissuto dai palestinesi come una tappa
ulteriore di una storia punteggiata di stragi e violenze, da Deir Yassin all'operazione
"Muraglia difensiva", passando per Qibya. Per loro, il passato è ancora
presente.
PIERRE PÉAN
Vent'anni dopo, le parole
scritte nei libri (1), come quelle raccolte intervistando i superstiti
in quel che resta dei campi di Sabra e Chatila grondano sangue. Il tempo non ha cancellato
nulla. Dall'inizio alla fine della mia inchiesta, sono stato tormentato da questi ricordi
di bambini sgozzati o impalati, aggrovigliati ai ventri di donne squarciati insieme ai
loro feti, di teste e gambe e braccia tagliate con l'accetta, di cadaveri fatti a pezzi...
fino alla nausea.
Non sono entrato dalla porta principale in quel che resta dei campi di Sabra e Chatila, ma
da un quartiere insalubre, periferico, in cui vivono i nuovi immigrati, venuti soprattutto
dall'Asia. Mi immetto sulla "grande strada", che collegava l'ospitale Gaza -
oggi scomparso - all'ingresso principale, situato a poca distanza dall'ambasciata del
Kuwait, dal lusso altrettanto incongruo della nuova città sportiva, in cui venivano
radunati e interrogati i palestinesi e i libanesi adulti sfuggiti al massacro. La gente si
intrufola veloce tra i negozi, i banchi di frutta, di cd, di articoli nuovi e di seconda
mano, tra auto e scooter...
Come scegliere, fra tutti i testimoni diretti o indiretti dei massacri che, senza alzare
la voce, fanno rivivere le scene di orrore della metà di settembre 1982?
Oum Chawki, una donna di 52 anni, ha perduto diciassette familiari, fra cui il marito e un
figlio dodicenne. Abitava nel quartiere di Bir Hassan, vicino all'ambasciata del Kuwait.
Dopo i massacri, con i dodici figli che le erano rimasti, si è accampata nella strada
principale di Chatila. Vive al quarto piano di un edificio costruito secondo regole
architettoniche quanto mai approssimative. L'interno è pulito. Mazzi di fiori di plastica
aggiungono una nota di colore alle poltrone e alle stampe incollate o appese al muro - Al
Quds (Gerusalemme) e la bandiera di Hamas. Anche se lei non appartiene a questa
organizzazione: "Non aderisco a niente. Mi impegnerò soltanto quando sarò sicura
del risultato". I suoi figli? "non voglio che si sacrifichino per nessuna causa,
ma il giorno in cui sarò sicura di poter placare il mio desiderio di vendetta li
incoraggerò, sarò al loro fianco ..." Ogni giorno, ogni notte, rivede le immagini
dei cadaveri, dei mutilati, di suo figlio e del marito che non ha più rivisto, di cui non
sa più nulla. I colori del salotto non possono attenuare il colore dominante, il nero
delle sue vesti, dei capelli, degli occhi. Oum Chowki non sorride e si appassiona senza
cambiare tono di voce, quando rivive la seconda tragedia della sua famiglia (la prima era
stata la partenza da Tarshiha, un villaggio vicino a Haifa, nel 1948).
- Hanno bussato alla porta di casa. Qualcuno ha detto: "Siamo libanesi, veniamo a
fare una perquisizione, cerchiamo armi ..." Mio marito ha aperto la porta, non era
particolarmente preoccupato perché non apparteneva a nessuna organizzazioni militante.
Lavorava al club del golf, vicino all'aeroporto.
Oum Chawki ci parla poi di tre soldati israeliani e di un militare delle forze libanesi,
le milizie cristiane di destra, che sono entrati in casa, hanno preso i braccialetti di
sua figlia, le hanno strappato gli orecchini - fa vedere il lobo lacerato di una delle
orecchie - e le hanno picchiate.
È sicura che quei soldati venivano da Israele.
- Le loro uniformi erano diverse da quelle delle forze libanesi, e non parlavano arabo.
Non so se parlavano ebraico, ma sono sicura che erano israeliani.
Non è affatto impossibile, dato che il quartiere di Bir Hassan, all'esterno del perimetro
dei campi profughi, era occupato dall'esercito israeliano.
Come altre famiglie palestinesi, quella di Oum Chawki è stata trasportata all'interno dei
campi.
- Ci hanno fatto salire su una camionetta che si è diretta verso l'ingresso del campo di
Chatila. I militari hanno separato gli uomini dalle donne e dai bambini. Il libanese ha
preso i documenti di tre nostri cugini, prima di abbatterli di fronte a noi. Mio marito,
mio figlio e altri cugini sono stati portati via dagli israeliani.
Le donne e i bambini si sono diretti a piedi verso la Città sportiva.
Ai margini della strada c'erano donne in lacrime, che urlavano che tutti gli uomini erano
stati uccisi... La sera, nella confusione generale, Oum Chawki è fuggita con i suoi figli
verso il quartiere della caserma El Helou. Di primo mattino, ha lasciato i figli in una
scuola, e poi è andata a piedi verso la Città sportiva, per informarsi della sorte del
marito e del figlio. Non ha potuto parlare con uno degli ufficiali israeliani presenti. Ha
sentito impartire ordini in arabo, ordini di timbrare le carte di identità degli uomini.
Ha visto un camion israeliano pieno di adulti e di giovani. Una donna in singhiozzi, che
aveva perduto tutta la sua famiglia, le ha indicato il luogo in cui erano stati scaricati
i cadaveri. Allora le due donne si sono dirette verso il quartiere di Orsal, scavalcando i
cadaveri di libanesi, siriani e palestinesi. Oum Chawki dice di averne visti centinaia. Ed
è proprio il quartiere di Orsal quello che ha contato il maggior numero di vittime.
- Erano irriconoscibili. Volti deformati, gonfi... Ho visto 28 cadaveri di una famiglia
libanese, fra cui due donne sventrate... Cercavo di riconoscere gli indumenti che
indossavano mio figlio e mio marito.
Li ho cercati per tutto il giorno. Sono tornata il giorno dopo...
Non ho riconosciuto nessun cadavere di gente di Bir Hassan. Oum Chawki ha visto alcuni
soldati libanesi scavare le fosse per ammucchiarvi i cadaveri... Non ha mai ritrovato il
marito e il figlio.
Ma le è più difficile parlare della figlia, che è stata violentata...
- Penso a tutto questo, giorno e notte. Ho dovuto tirar su da sola i miei figli .... Sono
stata costretta a chiedere l'elemosina. Non dimenticherò mai. Voglio vendicare tutto
questo. Il mio cuore è dello stesso colore dei miei abiti. Tramanderò tutto quello che
ho visto ai miei figli, ai miei nipoti...
Dopo aver circolato in un dedalo inverosimile di vicoli strettissimi, fra fili elettrici
penzolanti e l'acqua dei canali, raggiungo finalmente un edificio con tre o quattro
uffici. In uno di questi, proprio in fondo, dietro una piccola scrivania, è seduta Siham
Balkis, la presidentessa dell'Associazione per il ritorno. Seduti in quella stessa stanza
vedo anche un dirigente palestinese e altri due superstiti. Siham Balkis è una
quarantenne militante, estremamente impegnata. La sua famiglia è originaria di Kabé,
nella provincia di Akka, in Israele.
Comincia così il suo racconto, con toni sobri.
- Il massacro è iniziato giovedì verso le 5,30 del pomeriggio. Non ci credevamo... Siamo
rimasti chiusi in casa fino al sabato mattina, e non abbiamo saputo granché, se non che
giovedì e venerdì un gruppetto di palestinesi e di libanesi aveva tentato di difendersi,
ma non erano abbastanza numerosi e le munizioni scarseggiavano. Di notte, abbiamo visto
dei razzi luminosi e abbiamo sentito degli spari. Credevamo che gli israeliani volessero
soltanto prendersela con i combattenti e trovare le loro armi... Quando è tornata la
calma, il sabato mattina, siamo saliti sul balcone e abbiamo scorto un gruppo delle forze
libanesi (Fl), accompagnato da un ufficiale israeliano. I libanesi ci hanno gridato di
uscire. E noi abbiamo obbedito, seguiti dai loro insulti.
L'israeliano aveva un walkie-talkie. Uno dei libanesi glielo ha preso e ha detto:
"Siamo arrivati alla fine della zona bersaglio".
È sicura che si trattava di un israeliano perché, dice, aveva un distintivo con una
scritta in ebraico e non aveva una faccia da arabo.
Con i libanesi, parlava in francese.
Siham e altre persone sono state portate verso l'ospedale Gaza. I loro accompagnatori
hanno radunato i medici stranieri e tutta la gente che si era riparata all'interno
dell'ospedale e nelle vicinanze.
- Hanno ucciso una decina di combattenti. Hanno catturato un giovane palestinese in camice
bianco che si trovava in mezzo ai medici e agli infermieri, e lo hanno ucciso. Quando
hanno radunato tutti - centinaia e centinaia di persone - ci siamo diretti verso
l'ambasciata del Kuwait. Le strade erano disseminate di cadaveri. Ragazze con i polsi
legati. Case distrutte. Blindati, probabilmente israeliani.
I miseri resti di un neonato erano rimasti incastrati nei cingoli di uno dei blindati.
Prima di arrivare alla Città sportiva, hanno diviso gli uomini dalle donne. I militari
chiedevano ai giovani di strisciare per terra. Quelli che sapevano farlo bene venivano
considerati combattenti e sono stati fucilati dai militari delle forze libanesi.
Gli altri sono stati presi a calci ... Ho visto Saad Haddad (2)
con altre persone davanti all'ambasciata del Kuwait. Poi, arrivando vicino alla Città
sportiva, ho visto un gran numero di soldati israeliani.
Un colonnello israeliano ha detto che le donne e i bambini potevano tornare nelle loro
case. In seguito, ho scorto mio fratello salire su una jeep mentre altre persone salivano
sui camion. Sono corsa verso di lui. Invano. Ho sentito un ufficiale dire in arabo:
"Questi li consegniamo alle Fl. Sapranno farli parlare meglio di noi".
Tutti i testimoni raccontano più o meno le stesse storie, le stesse atrocità. E così ho
incontrato Kemla Mhanna, una libanese che ha un negozio di spezie al quartiere di Orsal: -
Tutta la gente del nostro quartiere che è rimasta lì è stata assassinata.
Erano soprattutto libanesi. Quando sono tornata, c'era un mucchio di corpi accatastati.
Vicino a casa mia, un palestinese era rimasto attaccato a un gancio da macellaio, tagliato
in due come una pecora.
Ho visto come, nella fossa comune, hanno deposto un primo strato di cadaveri su cui hanno
sparso sabbia, poi un altro strato di cadaveri, e così via... Ho visto anche un altro
libanese del quartiere di Orsal, Hamad Chamas, uno dei pochi superstiti del massacro di
quel quartiere.
Si trovava in un rifugio, quando sono arrivati due israeliani con una jeep e 7-8 soldati.
Sono sicura che quei soldati erano israeliani, perché indossavano uniformi israeliane e
non parlavano bene l'arabo.
I soldati ci hanno chiesto di uscire dal rifugio, coprendoci di insulti.
Mi hanno ordinato di mettere a terra il bambino che avevo tra le braccia e di mettermi in
fila con tutti gli altri. Uno di loro che parlava correttamente l'arabo ha perquisito
tutti, ha preso i soldi di uno degli uomini, poi ci hanno sparato addosso. Sono stata
ferita soltanto alla testa e alla coscia, ero finita sotto un mucchio di cadaveri. Ci sono
stati 23 morti... Sono rimasta nascosta in un rifugio tutta la notte. Di primo mattino, si
sentiva dappertutto un forte tanfo di cadaveri.
Queste testimonianze non ci dicono nulla di nuovo. Assomigliano a quelle che aveva
raccolto, da sola o insieme a Jean Genet, Leila Shahid, delegata generale della Palestina
in Francia, una delle prime persone che abbiano visitato i campi dopo i massacri. Con
qualche minima differenza o dimenticanza, sono simili a quelle degli inglesi, norvegesi,
svedesi, finlandesi, tedeschi, irlandesi e americani che costituivano il personale medico
dell'ospedale di Gaza, e a quelle registrate da numerosi giornalisti dopo i massacri.
Elias Khoury, famoso scrittore e autore teatrale libanese (3),
ricorda con passione la lotta impossibile per la memoria del popolo palestinese in
generale e per i massacri di Sabra e Chatila in particolare.
- La legge della memoria non funziona con i palestinesi, perché i massacri continuano:
Deir Yassin, Qibya (4), Sabra e Chatila, e adesso Jenin. Per i
palestinesi è impossibile guardare al passato, perché il passato è ancora il presente.
Dal 1948 sono prigionieri di un meccanismo infernale... I palestinesi sono vittime della
strumentalizzazione della Shoah da parte del governo israeliano. Tutti i principi
dell'etica cessano di esistere, alle frontiere di Israele. In questo contesto, l'idea
stessa della tragedia di Sabra e Chatila diviene un fatto marginale...
Tanto che in Libano questo problema è tabù: il primo imputato era Elie Hobeika (5), che è stato varie volte ministro...
- Dopo la guerra, prosegue Elias Khoury, i criminali hanno preso il potere. Peggio, i
palestinesi sono diventati i capri espiatori della guerra nel Libano, e in tale paese sono
sottoposti a leggi che non hanno nulla da invidiare a quelle della repubblica di Vichy nei
confronti degli ebrei. Perfino le cifre sui morti e i dispersi sono estremamente vaghe, a
venti anni di distanza, avvolte nell'incertezza.
A seconda delle stime, variano da 500 a 5.000. Una storica, Bayan Hout, lavora da venti
anni per colmare questa lacuna. Questa libanese, nata a Gerusalemme, dove è vissuta fino
a nove anni, professoressa all'università di Beirut, ha fatto un lavoro da certosina
presso le famiglie delle vittime e degli scomparsi. Ha analizzato centinaia di
questionari, effettuando controlli incrociati sulle liste delle organizzazioni umanitarie
e della Croce rossa, ha cercato di trovare tutti i cimiteri... Adesso si sente sicura
delle sue cifre: 906 persone uccise, appartenenti a 12 nazionalità, di cui la metà erano
palestinesi...
e 484 scomparsi, di cui 100 sono stati certamente catturati e portati via. Questo equivale
a un totale di 1.390 vittime identificate.
Questi massacri e questi desaparecidos si inseriscono nel contesto più generale della
guerra lanciata dal governo israeliano il 6 giugno 1982 per neutralizzare l'Organizzazione
per la liberazione della Palestina (Olp). L'invasione del Libano è costata la vita ad
oltre 12.000 civili, ha fatto circa 30.000 feriti e ha lasciato senza tetto 200.000
persone.
Alla metà di giugno del 1982 gli israeliani iniziano l'assedio di Beirut e accerchiano i
15.000 combattenti dell'Olp e dei suoi alleati libanesi e siriani. All'inizio di luglio
Ronald Reagan invia Philip Habib - fiancheggiato da Morris Draper - con l'incarico di
risolvere questa crisi, che rischia di mettere a ferro e fuoco il Medioriente e di
minacciare gli interessi americani. Accertato rapidamente che la soluzione della crisi non
può prescindere dalla partenza dei militanti palestinesi e di Yasser Arafat da Beirut,
quest'ultimo viene convinto del fatto che non esiste alcun'altra soluzione possibile.
Le discussioni saranno lunghe e complesse, perché gli israeliani e gli americani non
vogliono discutere direttamente con i palestinesi (6): Elias Sarkis, il
presidente cristiano del Libano, e il suo primo ministro sunnita, Chafiq Wazzan,
fungeranno da intermediari. Questo perché gli israeliani continuano ad esercitare una
pressione militare brutale per imporre ad Arafat una resa totale e umiliante. Arafat
moltiplica le sue offerte, cerca di ottenere garanzie di sicurezza per le famiglie
palestinesi che rimarranno in Libano. Teme le ritorsioni dei soldati israeliani o dei loro
alleati falangisti. Per Arafat, queste garanzie possono essere soltanto americane e
internazionali.
Habib ottiene infine dal primo ministro israeliano l'assicurazione che i suoi soldati non
entreranno a Beirut Ovest e non attaccheranno i palestinesi dei campi profughi;
l'assicurazione del futuro presidente libanese, Beshir Gemayel, che i falangisti non
muoveranno un dito; l'assicurazione da parte del Pentagono che ci saranno i marines a
garantire gli impegni presi. Forte di tutte queste promesse, il rappresentante di Reagan
si impegna per iscritto a garantire la sicurezza dei civili.
E così il primo ministro libanese riceve due lettere. Questo impegno americano si
ritroverà nella quarta clausola dell'accordo per la partenza dell'Olp, pubblicato dagli
Stati uniti il 20 agosto, cioè alla vigilia dell'imbarco dei primi militanti palestinesi (7).
E tuttavia, Arafat è sempre più preoccupato per la sorte dei civili palestinesi. Habib (8) si rivolge di nuovo a Beshir Gemayel, che gli riconferma le sue
promesse. Insiste sul ruolo della forza multinazionale composta da 800 francesi, 500
italiani e 800 americani. Il primo contingente - quello francese - arriva il 21 agosto e
deve provvedere alla evacuazione e alla raccolta delle armi. Questa forza deve restare sul
posto circa un mese, per impedire disordini e proteggere le famiglie palestinesi. Alla
fine, Arafat accetta di abbandonare Beirut...
Ma nessuno manterrà la parola data. A cominciare dal governo americano.
Caspar Weinberger, segretario alla difesa, ordinerà ai marines di abbandonare il Libano,
proprio mentre le milizie cristiane prendono posizione, il 3 settembre, nel quartiere di
Bir Hassan, ai margini dei campi di Sabra e Chatila. La partenza degli americani comporta
automaticamente quella dei francesi e degli italiani. Il 10 settembre gli ultimi soldati
partono da Beirut, quando invece Habib aveva basato tutto il suo piano su una evacuazione
graduale fra il 21 e il 26 settembre.
Il 14 settembre viene assassinato Beshir Gemayel, il nuovo presidente libanese portato al
potere dagli israeliani. Ariel Sharon coglie il pretesto per invadere Beirut Ovest, per
circondare i campi di Sabra e Chatila e incoraggiare le milizie libanesi a fare pulizia.
A tutt'oggi, è stata condotta un'unica inchiesta ufficiale, quella della commissione
israeliana diretta da Itzhak Kahan, il presidente della Corte suprema, pubblicata nel
febbraio 1983. Tale inchiesta accusa i falangisti e, in linea subordinata, Ariel Sharon.
Il rapporto parla inizialmente di un grave errore di colui che non ha "preso alcun
provvedimento per sorvegliare e impedire i massacri". Esprime la sua
"perplessità" riguardo al comportamento di Sharon, che non ha informato Begin
della sua decisione di far entrare i falangisti nei campi. Per concludere, gli addebita la
"responsabilità di non avere ordinato di prendere misure adeguate per impedire
possibili massacri". Sharon ha una "responsabilità personale" e "deve
trarne le proprie conclusioni".
I giornali israeliani hanno pubblicato - soprattutto nel 1994 - numerosi articoli che
confermano e amplificano queste conclusioni. Sulla base di documenti ufficiali, Amir Oren
ha affermato, su Davar del 1° luglio 1994, che i massacri si inserivano in un piano
deciso da Ariel Sharon e Beshir Gemayel, con l'ausilio dei servizi segreti israeliani,
all'epoca diretti da Abraham Shalom, che aveva ricevuto l'ordine di sterminare i
terroristi. Le milizie libanesi erano semplicemente agenti nella linea di comando che,
attraverso i servizi segreti, risaliva fino alle autorità israeliane.
La trasmissione Panorama, intitolata L'imputato, messa in onda dalla Bbc il 17 giugno
2001, ha apportato alcuni chiarimenti, grazie soprattutto alla testimonianza,
difficilmente contestabile, dello stesso Morris Draper, l'assistente di Habib. Sentendo
ripetere le affermazioni di Sharon, che sosteneva di non aver potuto prevedere quello che
poi è successo nei campi, Draper si è limitato ad un breve commento: "Completamente
assurdo". Ha riferito del suo incontro a Tel Aviv, presso il ministero della difesa,
con Sharon e Yaron, il suo capo di stato maggiore, il giovedì, allorché gli israeliani
erano già entrati a Beirut Ovest, violando le loro promesse. Yaron ha giustificato tale
decisione con la volontà di impedire ai falangisti di vendicarsi dei palestinesi, dopo
l'assassinio del presidente Beshir Gemayel.
"Il nostro gruppo, una ventina di persone, è rimasto in silenzio.
È stato un momento drammatico". Precisando che gli Stati uniti avevano rifiutato la
proposta israeliana di schierare i falangisti a Beirut Ovest, "perché sapevano che
ci sarebbe stato un massacro se fossero entrati lì", aggiunge: "non esiste il
minimo dubbio che Sharon sia responsabile [dei massacri]; è così, anche se altri
israeliani devono condividere tale responsabilità".
L'ex diplomatico americano non è stato interrogato in merito alle responsabilità
americane, e neppure su quelle dell'Italia e della Francia, che hanno ritirato i loro
soldati dopo la partenza dei marines...
Vent'anni dopo, le famiglie delle vittime e degli scomparsi dei campi di Sabra e Chatila
hanno diritto alla verità. Per poter portare infine il loro lutto. È un fatto che non
riguarda soltanto le famiglie.
Tutto il mondo ha diritto a sapere perché, come e chi ha organizzato ed eseguito tali
atti di barbarie.
note:
* Scrittore, autore in particolare di Dernières volontés, dernier combats, dernières
souffrances, Plon, 2002 e di Manipulations africaines, Plon, 2001.
(1) I principali libri sui massacri di Sabra e Chatila consultati:
Rapport de la Commission Kahane, Stock, 1983; Sabra e Chatila, enquête sur un massacre,
di Amnon Kapeliouk, Seuil, 1982; Israël, de la terreur au massacre d'état, di Ilan
Halevi, Papyrus, 1984; Genet a Chatila, testi riuniti da Jérôme Hankins, Babel, 1992;
Opération boule de neige, di Shimon Shiffer, J.-C. Lattès, 1984; Revue d'études
palestiniennes, n¼ 6 e 8.
(2) Il capo dell'esercito del sud-Libano che lavorava con gli
israeliani.
(3) Si legga in particolare Les Portes du Soleil, pubblicato da Le Monde
diplomatique et Actes Sud, che racconta cinquant'anni della tragedia palestinese.
(4) Deir Yassin è un piccolo villaggio a una decina di chilometri da
Gerusalemme, dove nella primavera del 1948 sono stati massacrati più di 100 abitanti. A
Qibya, in Cisgiordania, nell'ottobre del 1953, durante le operazioni di rappresaglia
dirette da Ariel Sharon, l'esercito israeliano ha fatto saltare in aria quarantacinque
case con tutti i loro abitanti. Sotto le macerie sono morte sessantanove persone, di cui
la metà erano donne e bambini.
(5) Elie Hobeika è considerato il principale boia di Sabra e Chatila.
È stato assassinato il 24 gennaio scorso a Beirut, quando stava per presentarsi come
testimone a Bruxelles. Secondo Chebli Mallat, l'avvocato libanese di parte civile, non
erano le rivelazioni di Hobeika a costituire un pericolo per Sharon, ma il semplice fatto
che si recasse a Bruxelles.
Una volta che egli fosse comparso al cospetto del tribunale e fosse stato necessariamente
messo in stato di accusa, non si sarebbe più posto il problema della competenza del
tribunale.
(6) Tuttavia, da anni c'erano contatti diretti, per quanto discreti, a
Beirut, fra i leader palestinesi e l'ambasciata americana, ed anche con la Cia. Ad
esempio, nel 1979, Arafat era riuscito ad ottenere la liberazione di 13 ostaggi americani
a Tehran.
(7) American Foreign Policy, Current documents, 1982, dipartimento di
stato, Washington: "I palestinesi non combattenti, rispettosi della legge, che siano
rimasti a Beirut, ivi comprese le famiglie di coloro che hanno abbandonato la città,
saranno sottoposti alle leggi e alle norme libanesi. Il governo del Libano e gli Stati
uniti forniranno adeguate garanzie di sicurezza... Gli Stati uniti forniranno le loro
garanzie in base alle assicurazioni ricevute dai gruppi libanesi con cui sono stati in
contatto".
(8) Per informazioni sulla storia dei negoziati intavolati da Habib,
leggere Curse is the Peacemaker di John Boykin con la prefazione di George Shultz, allora
segretario di Stato, Applegate Press, Washington, 2002 e The Multinational Force in Beirut
1982-1984, a cura di Anthony McDermott e Kjell Skjelsbaek, Florida International
University, Miami, 1991.
(Traduzione di R. I.) aa qq
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Granello di sabbia. I pro e i contro della Tobin tax - a cura di Riccardo Bellofiore ed
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ANGELA PASCUCCI
Napoli, 23 ottobre
2002
Ufficio Stampa
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email: staff.@alenapoli.net
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