IKE Theatre, Dublino. Si sta rappresentando Aspettando Godot di
Samuel Beckett. Quando uno dei due vagabondi dice: «Ma quando tu sarai morto, chi tirerà
la mia corda?», dalla plateauno spettatore, chiaramente brillo, risponde: «Lo farò
io!». E «nel bel mezzo di quel dramma tremendamente serio, ci fu una fragorosa risata».
Lepisodio lo racconta proprio lo spettatore irriverente, il quale aveva bevuto «un
paio di bicchieri», e non è uno qualunque. Si tratta di Brendan Behan, nato nel 1923,
morto nel 1964, egli stesso un autore teatrale picarescamente innovativo, a cui si devono,
entrambi nel 60, The Quare Fellow (Limpiccato di domani) e The Hostage
(Lostaggio). Lirriverente sortita a teatro, in apparenzacircostanziale,
stabilisce un singolare corto circuito tra due irlandesi, uno famoso, laltro
provocatoriamente affermatosida poco, vera e propria meteora, ma destinato a lasciare
ilsegno. Una vera e propria scena, dunque. La leggiamo in Confessioni di un ribelle
irlandese, una lunga confessioneraccontata al magnetofono e raccolta da Rae Jeffs,
chedescrive questo piccolo trionfo di oralità in prefazione.
Behan aveva pubblicato
un romanzo autobiografico, Borstal Boy(Ragazzo di Borstal), ma qui, nonostante la
mediazione dellaJeffs, ecco più di trecento pagine di torrentizia,lampeggiante storia di
sé, efficacemente tradotta, in tutte lesue pieghe e le sue capriole linguistiche, da
EnricoTerrinoni. «Ribelle» vale come parola chiave per il Behan uomoe per il Behan
drammaturgo. Distrutto dallalcool, seguendo un inclinazione purtroppo non rara in
Irlanda, fin da ragazzoBehan fu militante dellIra, coinvolto in episodi talora
violenti, e per questo scontò lunghi periodi di carcere e venne deportato
dallInghilterra. Irregolare appassionatamentema genuinamente tale, il suo teatro
riflette la sua rotturadei codici, su un piano sia duramente realistico siaimplicitamente
simbolico.The Quare Fellow è ambientato in uncarcere dove un omicida sta per essere
impiccato, ma non loconosceremo altro che dalle parole degli altri prigionieri, sesi
vuole, beckettianamente. Il dramma, che nel titolooriginale contiene pure
unallusione omosessuale, è costruitosu un incontro di generi, dalla commedia
persino triviale, cheriecheggia nelle canzoni e nelle battute il musical, alla
cupatensione. Lesecuzione capitale, descritta come una corsa dicavalli, si conclude
con una canzone di postribolo. Morte eviolenza, ancora una volta, introducono
lelemento politico in The Hostage. Confessoni di un ribelle irlandese rimanda
alBehan drammaturgo: è un lungo monologo e trascende la pura esemplice storia di sé,
anche se percorre un tracciatoesistenziale fatto di scelte intransigenti, di
iniziativeaggressive, di deprimenti soggiorni carcerari, di illusioniperseguite e
soffocate, ma nella prospettiva di Behan maidavvero sconfitte. Come nel suo teatro, Behan
padroneggiatragico e comico, fattualità e commenti, avvalendosi di unalingua che
trasferisce nellinglese lintensità del gaelico, in cui del resto Behan
compose originariamente le sue opere.
La perenne e coerente
sfida di Behan lo porta in Inghilterra,nellIrlanda del Nord, nel cuore della sua
Irlanda del Sud, aParigi per incontrare gli esistenzialisti. Behan,incorreggibile, non
risparmia nessuno. W. B. Yeats, il poetairlandese ai vertici assoluti del Novecento,
raggiunto dallanotizia di aver ricevuto il Nobel, lungi dallemozionarsi,chiede:
«Quanti soldi mi danno?». A un giovane che lo accusadi individualismo, replica: «Non lo
era anche Cristo? Delresto, non me ne frega niente di Cristo... Sono un ateodiurno». La
«canaglia dellIra», trattato in carcere ora senzaindulgenza, ora con ostile
rispetto, lui che dallIra erastato espulso perché beveva troppo, incarna, pur
parlandosempre in prima persona, un universo collettivo, unanima popolare. Nove anni
prima di morire, Behan si sposa, e con ilricordo delle nozze il libro si chiude. La
battuta finale di questo ribelle, cattolico poco ortodosso, sanziona proprio lasua
irriducibile, coerente irregolarità. È rivolta allamoglie: «Ti sono stato fedele, a
modo mio».
Il recensore
* Claudio
Gorlier, professore di Letteratura dei
paesi di lingua inglese nellUniversità di Torino.Precedentemente ha insegnato
Letteratura anglosassone e Letteratura inglese nelle Università Ca Foscari di
Venezia e Bocconi di Milano e in diversi atenei dei paesi anglosassoni. Tra le sue opere: LUniverso
domestico e Umoristi della frontiera. Collabora alla Stampa,
Panorama e ai programmi culturali della RAI.
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