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NATURAMBIENTE

         

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Johannesburg

Il vertice si chiude con un compromesso

Accordo senza impegni

Alla fine, dopo una nottata di trattative, al vertice di Johannesburg è arrivato l’accordo globale. L’ultima partita che opponeva Stati Uniti a Ue (in gioco il futuro “sostenibile” del pianeta) è finita in parità. L’Europa l’ha spuntata su Kyoto: la ratifica del trattato da parte di Cina e Russia ne permetterà l’entrata in vigore. Ma, grazie all’alleanza con gli “amici-nemici” arabi, gli Usa hanno vinto su un capitolo altrettanto importante, e che forse potrebbe compromettere gli effetti benefici di “Kyoto”: niente target e scadenze per l’incremento della produzione di energia verde.

Insomma: nessun impegno in questa direzione dal paese che produce il doppio dei rifiuti dell’Europa, consuma il doppio dell’energia elettrica ed emette ancora una volta il doppio dell’anidride carbonica liberata dal vecchio continente. Insieme all’intesa raggiunta a tarda notte sui diritti delle donne nelle poltiche sanitarie, sono queste, Kyoto ed energia, le decisioni più importanti prese in Sudafrica negli ultimi giorni.

Il piano sullo sviluppo sostenibile è dunque pronto ed è stato adottato dalle delegazioni dei 189 paesi presenti al vertice. Per il crisma dell’ufficialità manca solo l’approvazione di queste pomeriggio, in sede plenaria, da parte dei capi di Stato. Prima però c'è stato l'intervento del segretario di Stato americano Colin Powell, che è stato interrotto da bordate di fischi e si è visto costretto a interrompere il suo discorso per alcuni istanti. Al termine, le contestazioni hanno completamete oscurato gli applausi. I passaggi del discorso contestati sono quelli in cui Powell ricordava gli impegni assunti dal presidente Bush per la lotta contro la fame nel mondo e lo sviluppo sostenibile.

Alla fine, la sopravvivenza della terra è consegnata a un documento di 70 pagine con tanti buoni propositi ma, per la verità, pochi impegni concreti raggiunti al termine di una maratona iniziata il 26 agosto.

Questo, almeno, il giudizio di molte associazioni ambientaliste, anche se Legambiente sottolinea che “al brutto accordo sull’energia rinnovabile imposto dall’asse Stati Uniti-Opec, si accompagna però una significativa vittoria politica sul protocollo di Kyoto, che evidenzia la distanza tra la qualità ambientale europea e quella del sistema statunitense”. E tuttavia, secondo le associazioni ecologiste internazionali, sulle fonti energetiche "hanno vinto i sauditi". Jennifer Morgan, del Wwf, ha detto che "bisognerebbe chiamare questo compromesso il piano Bush-Cheney-sauditi''. La fissazione di target sull'energia, secondo le associazioni  ambientaliste, sarebbe stata sacrificata all'obiettivo di dimezzare entro il 2015 il numero delle persone che non hanno accesso all'acqua e non dispongono di installazioni sanitarie per purificarla.

Diverso ovviamente il parere dei rappresentanti dei governi che hanno trovato l’accordo. Per il ministro dell’Ambiente italiano, Altero Matteoli: “per come eravamo partiti nelle scorse settimane – ha detto il ministro – il risultato è stato positivo e Joannesburg ha riconfermato che i problemi ambientali si affrontano tutti  insieme. Al di là degli egoismi di ognuno di noi, si è trovato un punto di mediazione a un livello sufficientemente alto”.

Fino alla notte del 4 settembre, l’accordo ha rischiato di cadere su un tema delicatissimo, quello dei diritti delle donne nelle politiche sanitarie di base. Poche righe, ma dietro alle quali potevano trovare riparo pratiche abnormi come quella dell’infibulazione o dell’escissione. Nella versione iniziale del capitolo 47 del documento finale si affermava, infatti, la necessità di garantire a tutti un servizio sanitario di base efficace, accessibile e a un costo abbordabile "nel rispetto delle legislazioni nazionali e dei valori culturali e religiosi". Poche righe che hanno scatenato la protesta dei movimenti femminili: senza un chiaro legame tra diritto alla salute e diritti umani il solo riferimento alle leggi e alle culture nazionali avrebbe rappresentato, un via libera a pratiche di mutilazione sessuale, come l'infibulazione o l'escissione (il taglio della clitoride), ancora praticate in 28 paesi africani e in alcuni del Medio Oriente, e che hanno già fatto, secondo una stima di Amnesty International, 135 milioni di vittime.

Anche sulle pratiche contraccettive e l'aborto, aggiungevano le associazioni femminili, la mancanza di un legame con i diritti umani avrebbe potuto rappresentare un grosso passo indietro sul diritto delle donne a decidere per se stesse. Alla fine, dopo l’opposizione di Stati Uniti, Vaticano, Iran e Sudan a un emendamento canadese appoggiato dall’Ue (che imponeva la conformità delle pratiche ammesse “con tutti i diritti umani e le libertà fondamentali"), l’accordo è stato trovato in nottata su un emendamento proposto dal ministro degli Esteri sudafricani, Nkosazana Dlamini-Zuma, che ha introdotto il concetto di "diritti umani e libertà fondamentali". Per June Zeitlin, direttore esecutivo dell'Organizzazione per l'ambiente e lo svilppo delle donne, di base a New York,  si tratta “di una grande vittoria”.

Se il piano globale sarà una vittoria per tutto il pianeta è ancora presto per dirlo. Certo, il precedente dell’accordo di Rio e la spinta Usa per una politica ambientale fondata su impegni volontari e bilaterali, e non multilaterali e vincolanti, non rendono del tutto ottimisti.

(4 settembre 2002)


    Redazione ALENAPOLI.NET

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