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PAUSA di Riflessione...           
  Home     Menù    GUERRA o PACE   La MALA FEDE del...avanti.gif (173 byte)      11.10.2002      POLITICA INTERNAZIONALE


PERCHE' SONO ANDATO A BAGHDAD
di Mark THOMPSON

Vogliono bombardare L'IRAQ... FERMIAMOLI !!! NO, ALLA TERZA GUERRA NEL GOLFO !!! NO ALLA LOBBY DELLE ARMI !!!

Dal 26 settembre al 1 ottobre scorso una delegazione americana si è recata in Iraq per una missione conoscitiva finalizzata a una valutazione della situazione umanitaria del paese e a colloqui con le autorità irachene per cercare una soluzione diplomatica all’attuale crisi.
Della delegazione facevano parte tre parlamentari Democratici - Mike Thompson (eletto in California), Jim McDermott (eletto nello stato di Washington) e David Bonior (eletto in Michigan) – che hanno avuto incontri con esponenti del governo di Baghdad per convincerli della necessità di accettare ispezioni incondizionate per evitare una guerra.
La visita dei tre parlamentari è stata oggetto di dure critiche da parte dei Repubblicani. I tre Democratici sono stati accusati di essere "antipatriottici" e "non-americani"
Il contributo che pubblichiamo di seguito nella traduzione italiana da noi curata è stato scritto dal parlamentare Mike Thompson il 4 ottobre.
Thompson, che è membro della Commissione Difesa della Camera dei Rappresentanti, ha combattuto nella guerra del Vietnam nella 173 sima divisione aviotrasportata, ricevendo l’onorificenza "Purple Heart".
[O.S.]

La prima volta che sono stato criticato per essere andato all’estero ero un aviere di 19 anni che tornava dal Vietnam. Alcuni manifestanti contro la guerra cercarono di rovesciare l’autobus che portava me e altri soldati feriti dalla base aerea di Travis al Letterman General Hospital.
Dei parlamentari di Washington mi avevano mandato dall’altra parte del mondo, in un posto che molti di loro non avevano mai visto, per combattere una guerra che molti americani non capivano.
Trent’anni dopo la nostra nazione è di nuovo sull’orlo del baratro. Presto il Congresso prenderà delle decisioni che possono inviare i nostri giovani soldati in una terra straniera da cui molti potrebbero non ritornare.
Questa volta io sarò uno dei parlamentari che faranno la chiamata.
Negli ultimi giorni gli epiteti ingiuriosi sono tornati: "assassino di bambini" è stato sostituito da "traditore".
Questa volta vengono da conservatori ospiti di un talk show radiofonico che mettono in discussione il mio viaggio conoscitivo in Iraq della scorsa settimana.
Non ero obbligato ad andare. Mi sarei potuto accontentare dei rapporti riservati che ricevo come membro della Commissione Difesa della Camera – rapporti che sollevano più interrogativi che risposte.
Volevo vedere e sentire il paese prima di decidere se impegnare le nostre truppe. Con i piedi sul terreno, speravo di acquistare una migliore comprensione di ciò che può essere fatto per aumentare la nostra sicurezza nazionale stabilizzando questa regione del mondo.
Generali rispettabili che hanno testimoniato di fronte al Congresso sanno che oggi una guerra con l’Iraq sarebbe una battaglia urbana con molte vittime da entrambe le parti. Come veterano, volevo vedere che cosa potrebbero trovarsi ad affrontare i nostri soldati diciannovenni.
Una invasione potrebbe richiedere una forza di occupazione americana in Iraq per diversi anni. Avevo bisogno di vedere in che modo questa forza sarebbe stata accolta dai civili iracheni, che vivono in uno stato di crisi umana creata dalla tirannia di Saddam Hussein.
Benché abbia incontrato il vice-primo ministro, il ministro degli esteri e alcuni membri del parlamento per dir loro che dovevano dare agli ispettori dell’Onu accesso immediato e senza limitazioni per evitare la guerra, non ero così ingenuo da credere di poter influenzare le loro decisioni.
Quello che volevo realmente vedere era l’infrastruttura umana che ci saremmo lasciata dietro in caso di cambiamento di regime. Quello che ho visto sono le radici del terrorismo che sono andate perdute nei rulli di tamburi di guerra emotivi e politici.
I bambini muoiono per malattie curabili perché non hanno accesso ai medicinali. I liquami contaminano l’acqua da bere. E’ terrificante come una nazione un tempo così ricca sia ora un deserto di malattia e disperazione.
La dittatura brutale di Saddam Hussein deve assumersi la responsabilità di queste condizioni.
Ma io sono tornato convinto del fatto che se noi siamo seri sulla questione della nostra sicurezza nazionale e sul vincere la guerra contro il terrorismo, abbiamo bisogno di eliminare il senso di disperazione che serve da ospite per le cellule terroriste parassite. Per questo ci vorrà più della potenza americana. Ci vorrà una volontà internazionale.
La più grande potenza militare nella storia del nostro pianeta non è sufficiente a proteggere un autobus di New York da un attentatore suicida. Come americani, la nostra forza è sempre stata la nostra abilità di aiutare gli altri a provare i benefici della libertà.
Dare a qualsiasi presidente un assegno in bianco per un attacco unilaterale senza avere esaurito tutti gli sforzi diplomatici e senza ottenere il sostegno degli alleati sarebbe un grande disservizio ai nostri 200 anni di democrazia costituzionale. Inoltre, questo sprecherebbe una opportunità internazionale di sconfiggere il terrorismo là dove nasce.
Mi aspettavo che il governo iracheno cercasse di trarre vantaggio dalla visita per promuovere il suo attacco propagandistico, e sono rimasto sempre in guardia. Durante due interviste in diretta con la CNN, il satellite è stato interrotto mentre stavo criticando il costo umano che questo dittatore aveva inflitto al suo popolo.
Una volta tornato a casa, tuttavia, non mi sarei mai aspettato che conservatori di parte cercassero di usare la mia visita autorizzata dal Dipartimento di Stato per alimentare la loro macchina di propaganda.
Nonostante i loro sforzi, ho ancora molte domande, e intendo farle. Coloro che rappresento e i diciannovenni che combattono le nostre battaglie non meritano di meno.

VATICANO: ATTACCO PREVENTIVO SOLLEVEREBBE GRAVI PROBLEMI ETICI E MORALI

Città del Vaticano, 2 ottobre 2002 – Il Vaticano ha ribadito la sua opposizione a una guerra contro l’Iraq, affermando che un’azione militare peggiorerebbe solo le cose e che un attacco preventivo solleverebbe gravi problemi etici e legali.
A dirlo è l’arcivescovo Renato Martino, osservatore del Vaticano presso le Nazioni Unite, nei commenti pubblicati sul settimanale cattolico Famiglia Cristiana. Nel suo intervento Martino ha ricordato l’opposizione del Vaticano alla Guerra del Golfo nel 1991: "Tutti sanno come è andata a finire. La guerra non risolve i problemi. Oltre a essere sanguinosa, è inutile", ha detto.
Oltre ai commenti di Martino, il settimanale cattolico ha pubblicato i risultati di un sondaggio fra i suoi lettori sulla guerra all’Iraq.
Il 90 per cento dei 17.600 intervistati è contrario a una guerra contro l’Iraq. Circa l’86 per cento ha inoltre dichiarato la propria opposizione all’invio di truppe italiane in qualunque tipo di azione militare.
Per il sondaggio, di tipo non scientifico, non è stato fornito alcun margine di errore. Ai lettori del settimanale è stato chiesto di rispondere a una serie di domande registrando il loro voto su Internet o per telefono.

CANADA: CENTO PERSONALITA’ CONTRO LA GUERRA ALL’IRAQ

Ottawa, 25 settembre 2002 – Un gran numero di personalità canadesi ha firmato una lettera in cui si esprime l’opposizione all’eventualità di un attacco militare contro l’Iraq, definito "immorale", e si esorta il governo canadese a fare il possibile per cercare mezzi pacifici di calmare le tensioni fra l’Iraq e l’Occidente.
"Noi sottoscritti" – inizia la dichiarazione – "siano profondamente allarmati per il fatto che le nazioni più potenti del mondo continuino a fare assegnamento sulla forza militare per raggiungere i loro obiettivi politici ed economici globali erodendo gli standard di vita, ambientali e di sicurezza dei popoli in tutto il mondo."
"Noi siamo uniti" – proseguono i firmatari - "nella convinzione che un attacco militare all’Iraq in questo frangente sarebbe profondamente immorale e provocherebbe quasi certamente ripercussioni destabilizzanti che metterebbero in pericolo tutto il mondo".
L’appello condanna inoltre le sanzioni economiche imposte all’Iraq da 12 anni come vere e proprie "armi di distruzione di massa", che stanno uccidendo migliaia di iracheni, in particolare bambini.
I quasi cento firmatari dell’appello comprendono esponenti del mondo della cultura, dell’arte, della società civile, della religione e anche della politica, fra cui le scrittrici Naomi Klein e Margaret Atwood, i musicisti Anton Kuerti e Buffy St.Marie, e i parlamentari Svend Robinson e Douglas Roche.
L’appello, promosso dal gruppo pacifista di Vancouver Ends the Arms Race, verrà presentato a tutti i parlamentari.
Gli organizzatori considerano l’iniziativa solo un primo passo e intendono creare un sito web che permetta ad altri canadesi di firmare.

Fonti: The Ottawa Citizen, The Vancouver Sun, The Toronto Sun

ONG AL GOVERNO BRITANNICO: NUOVA GUERRA AGGRAVEREBBE LA CRISI UMANITARIA

Londra, 23 settembre 2002 - Un appello congiunto contro la guerra è stato lanciato il 23 settembre da otto Ong britanniche operanti in Iraq.
Nell’appello, le Ong esprimono il timore che una nuova guerra aggravi ed estenda l’attuale crisi umanitaria in cui si trova il paese "creando un gran numero di vittime civili e prolungando la sofferenza umana".

Fra i motivi di grave preoccupazione elencati dai firmatari:

Per questo motivo le Ong firmatarie dell’appello esortano il governo britannico "non solo a prendere misure efficaci per evitare di esacerbare l’attuale crisi umanitaria, ma a cercare modi per migliorare la situazione umanitaria, perseguendo contemporaneamente una soluzione diplomatica alla crisi attuale."
L’appello è stato firmato da: Save the Children UK, CARE International UK, Christian Aid, CAFOD, Tearfund, Help Age International, Islamic Relief e 4Rs.

Per il testo integrale si veda: www.savethechildren.org.uk

LA CAMERA DISCUTE LA GUERRA ALL’IRAQ

Mercoledì 25 settembre 2002 si è svolta alla Camera dei Deputati l’"Informativa urgente del governo sulla questione irachena".

Riportiamo di seguito i passaggi salienti dell’ intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Esteri ad interim on.le Silvio Berlusconi.

"(…) Il problema che è posto oggi davanti alla comunità internazionale è chiaramente definito.
Si tratta di disarmare un regime politico dittatoriale, quello dell'Iraq, che ha, sin qui, bellicosamente oltraggiato le decisioni delle Nazioni Unite sul controllo dei propri sistemi di armamento, compresi quelli idonei alla costruzione, entro pochi mesi, dell'arma nucleare. Un regime che ha giocato al gatto con il topo nel corso delle ispezioni internazionali, terminate, nel 1998, con il ritiro degli ispettori; un regime che minaccia di usare, o di passare ad altri perché li usino, formidabili strumenti di sterminio chimici e batteriologici che potrebbero portare ad eventi impressionanti. (…)

L'obiettivo del disarmo iracheno è stato affidato, per oltre dieci anni, alla strategia del containment, alle sanzioni commerciali e ad un regime di ispezioni delle Nazioni Unite che, come ho appena ricordato, è entrato in crisi fin dal 1998.
Questa strategia è assolutamente fallita, come dimostrano gli elementi di prova sul riarmo di Saddam Hussein, di cui i governi e le intelligence dell'intera alleanza occidentale sono a conoscenza (…)

D'altra parte, sul fatto che il regime politico iracheno costituisca un pericolo regionale e globale concordano tutti, quale che sia l'opinione sulle vie da intraprendere per rimuovere questo pericolo. Si tratta, dunque, di decidere che cosa si debba fare sulla base di un giudizio informato e condiviso (per quanto ci riguarda), con una chiara assunzione di responsabilità da parte delle classi dirigenti europee.
Se si esclude l'inazione, il cui costo storico potrebbe essere incalcolabile, non vi è altra possibilità che questa: la costruzione, su basi multilaterali, di una coalizione capace di imporre il rispetto scrupoloso di una nuova, forte, chiara e pressante risoluzione delle Nazioni Unite, che tagli corto di tutte le tattiche di elusione, di rinvio e di inganno nelle quali il regime iracheno ha mostrato, fino ad ora, un'abilità fuori dal comune. (…)

L'Italia, sia come Stato sovrano sia come partner dell'Unione europea, è impegnata ad ottenere che le Nazioni Unite indichino al Governo iracheno, nel massimo dettaglio e con la massima chiarezza, gli atti da compiere per garantire la comunità internazionale ed i tempi entro cui compiere questi atti.
(…) Il Consiglio di Sicurezza, come sappiamo, è al lavoro da oltre dieci giorni per trovare una soluzione accettabile in questa direzione, che non incontri veti o distinguo troppo marcati. Il nostro auspicio, che è anche la linea direttiva sulla quale si muove la diplomazia italiana, è che si arrivi presto ad una risoluzione unica e chiara, che non si presti ad equivoci e che definisca le condizioni per l'uso misurato della forza di fronte ad un'eventuale, nuova ed aperta sfida da parte dell'Iraq alla comunità internazionale. (…)"

Per il testo integrale del discorso e il resoconto stenografico della seduta con gli interventi dei parlamentari dei vari gruppi si veda:

http://www.camera.it/chiosco.asp?source=/attivita/lavori/01.aula/07.resoconti.asp&content=http://www.camera.it/_dati/leg14/lavori/stenografici/jvhomefr.htm

DUE MOZIONI SULL’IRAQ PRESENTATE ALLA CAMERA

Due mozioni sulla guerra all’Iraq sono state presentate alla Camera il 25 e il 30 settembre, rispettivamente da Rifondazione Comunista (primo firmatario: Fausto Bertinotti) e dall’Ulivo (prima firmataria: Elena Montecchi).

Questi i testi:

  1. Mozione presentata da Rifondazione Comunista (depositata il 25-9-2002)

    La Camera,
    premesso che:
    il governo degli Stati Uniti d'America ha annunciato che promuoverà una guerra contro l'Iraq, indipendentemente dalle decisioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite;
    la guerra annunciata, per esplicita dichiarazione dei governi USA e della Gran Bretagna, avrebbe un carattere "preventivo" e sarebbe finalizzata esplicitamente alla rimozione dell'attuale governo iracheno;
    sia la natura "preventiva" sia le finalità dichiarate della guerra proposta dagli USA contro l'Iraq sono totalmente incompatibili con lo Statuto dell'ONU, che, in nessun caso può promuovere, o autorizzare, un intervento militare che non segua un'invasione di un paese nei confronti di un altro;
    il governo iracheno ha accettato, senza porre alcuna condizione, un'ispezione ONU in applicazione delle relative risoluzioni del Consiglio di Sicurezza;
    l'insistenza dei governi USA e della Gran Bretagna hanno già suscitato dubbi ed esplicite contrarietà in importanti paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, nonché una ferma reazione del riconfermato governo tedesco, che ha ribadito l'assoluta indisponibilità a partecipare alla guerra contro l'Iraq, comunque promossa;

    impegna il Governo:

    a sostenere, in tutte le sedi internazionali, e nei rapporti bilaterali, la propria contrarietà alla guerra contro l'Iraq;
    ad annunciare la propria indisponibilità a partecipare direttamente (con truppe italiane) o indirettamente (concedendo delle basi NATO ed USA presenti sul territorio nazionale), a qualsiasi intervento militare, comunque motivato, contro l'Iraq.
    (1-00111)
    "Bertinotti, Giordano, Mantovani, Deiana, Titti De Simone, Alfonso Gianni, Mascia, Pisapia, Russo Spena, Valpiana, Vendola".

  2. Mozione presentata dall’Ulivo (depositata il 30-9-2002)

La Camera,
premesso che: l'informativa resa alla Camera dal Presidente del Consiglio nella seduta del 25 settembre ha aperto una seria preoccupazione circa il ruolo internazionale dell'Italia ed ha segnalato passività, incertezze e contraddizioni che sono emerse in modo assai evidente nei diversi interventi svolti dal Presidente del Consiglio all'ONU e nel Parlamento italiano, in particolare circa il ruolo delle Nazioni Unite;
si è resa del tutto evidente l'assenza di iniziativa politica del nostro Governo nei confronti degli altri Paesi dell'Unione europea e delle istituzioni europee;
è emersa anzi una linea di tendenza che rischia di accrescere le divisioni interne all'Unione europea indebolendone il ruolo in una fase che può essere decisiva per il futuro delle relazioni internazionali;
è mancata qualsiasi iniziativa nei confronti della Lega Araba, che peraltro si sta adoperando per ottenere dal Governo irakeno ogni garanzia per il libero accesso degli ispettori ONU ai siti interessati;
nell'opinione pubblica mondiale come tra i cittadini del nostro Paese è fortissima la preoccupazione per iniziative e dichiarazioni che sembrano costituire veri e propri preparativi di una "guerra preventiva";
qualora prevalesse una strategia della sicurezza fondata sull'unilateralismo e sull'uso preventivo della forza militare si produrrebbero conseguenze drammatiche per la situazione internazionale e si comprometterebbe il ruolo ed il rilancio delle funzioni dell'ONU, in particolare quelle previste dal Capitolo 7 del suo Statuto;
questa strategia potrebbe acuire le probabilità di attacchi terroristici e potrebbe indebolire i governi dei paesi arabi moderati aprendo spazi assai pericolosi al terrorismo ed ai suoi sostenitori;
la lotta ad ogni forma di terrorismo, in particolare dopo la strage delle Twin Towers, è una priorità fondamentale per la comunità internazionale;
al fine di ottenere risultati nell'azione contro il terrorismo internazionale è indispensabile mantenere e consolidare una vasta e solidale coalizione mondiale nel quadro dell'ONU e delle altre sedi multilaterali;
l'Unione europea in questa cornice è chiamata a dare un contributo autorevole attraverso l'azione congiunta dei suoi Stati membri;
l'intesa e la collaborazione con i paesi arabi che partecipano alla coalizione contro il terrorismo è una delle condizioni per il suo successo e per scongiurare l'ipotesi di uno "scontro di civiltà" tra Occidente e Islam;
la mancata soluzione del drammatico conflitto israeliano-palestinese continua a produrre lutti e sofferenze indicibili per i due popoli e a rappresentare un grave elemento di tensione e di rischio per la pace in tutta l'area e nel mondo;
il regime di Saddam Hussein si è reso responsabile di gravi e massicce violazioni dei diritti umani, infliggendo terribili sofferenze alle popolazioni irakene;
i comportamenti di questo regime autoritario sono stati più volte condannati dalle Nazioni Unite in quanto rappresentano una minaccia per la stabilità regionale e la sicurezza;
l'impatto di oltre un decennio di sanzioni all'Irak è stato di grande entità sulla popolazione, e in particolare sui bambini e sulle donne;

La Camera dei deputati,
valuta positivamente la ripresa di una decisa iniziativa delle Nazioni Unite volta ad ottenere dal regime irakeno il pieno rispetto delle risoluzioni ONU;
considera la sede delle Nazioni Unite l'unica legittimata ad indicare le modalità e gli strumenti idonei ad ottenere la ripresa delle ispezioni in territorio irakeno e il disarmo totale di eventuali armamenti di distruzione di massa;
sottolinea come in questo contesto sia possibile per l'ONU operare una verifica sugli effetti provocati sulle popolazioni civili dalle sanzioni economiche contro l'Irak e stabilire tappe e modalità per la conclusione dell'embargo;
prende atto con soddisfazione della disponibilità espressa dal Governo di Bagdad di accettare la ripresa incondizionata delle ispezioni sul proprio territorio;
sottolinea come questa posizione sia il primo frutto delle pressioni internazionali esercitate sul regime irakeno cui devono seguire l'effettivo rientro degli ispettori e il rispetto dell'insieme delle risoluzioni ONU rivolte all'Irak;
esprime ferma contrarietà alla guerra, considerando in questa situazione necessario compiere ogni sforzo per evitare un intervento armato in Irak, che moltiplicherebbe le tensioni già presenti nell'area e indebolirebbe la coalizione internazionale contro il terrorismo, aprendo peraltro in Irak e nella regione uno scenario dagli esiti non prevedibili;

impegna il Governo italiano:

a riferire costantemente in Parlamento sulla evoluzione della situazione e a non assumere determinazioni senza il coinvolgimento delle sedi parlamentari competenti, nel rispetto del dettato costituzionale;
a non assumere nessuna nuova decisione in merito alla partecipazione italiana alla missione Enduring Freedom in Afghanistan senza un nuovo pronunciamento del Parlamento;
ad agire affinché maturi una posizione ed una iniziativa dell'Unione europea in grado di rafforzare e sostenere lo sforzo politico e diplomatico in atto da parte delle Nazioni Unite sulla crisi irakena, così da evitare il ricorso all'intervento armato;
a rilanciare come prioritario l'impegno del nostro Paese e dell'Unione europea, nell'ambito del "quartetto", per il perseguimento di una pace giusta e stabile tra israeliani e palestinesi sulla base del principio "Due popoli, due Stati" e dell'attuazione delle risoluzioni 242, 388 e 1435 delle Nazioni Unite;
a confermare l'impegno dell'Italia contro ogni espressione del terrorismo internazionale nel quadro dell'iniziativa dell'Europa e delle altre istituzioni internazionali;
ad operare con coerenza contro la povertà, la fame, il sottosviluppo, le violazioni dei diritti umani - da cui spesso originano odio e violenza - attraverso un adeguato rilancio della politica di cooperazione per lo sviluppo sostenibile, il raggiungimento dell'obiettivo dell'1 per cento del PIL da destinare agli aiuti, una forte iniziativa per la cancellazione del debito dei paesi più poveri.
(1-00112)
"Montecchi, Pistelli, Boato, Maura Cossutta, Buemi, Zanella, Ostillio".

"NON IN NOSTRO NOME" – OLTRE 16.000 INTELLETTUALI E ARTISTI AMERICANI INVITANO ALLA RESISTENZA

Sono ormai più di 16.000 i firmatari di "Not in our name" (Non in nostro nome), l’appello lanciato nel giugno scorso da un gruppo di intellettuali, artisti e personalità americane. Fra questi, esponenti della cultura, accademici, star di Hollywood ma anche le professioni più diverse dell’industria culturale che chiamano alla mobilitazione contro le politiche di guerra all’estero e di restrizione delle libertà civili all’interno promosse dall’amministrazione Bush.

L’appello è stato pubblicato il 19 settembre sul New York Times e il 4 ottobre sul Los Angeles Times. Prossimamente sarà pubblicato sul quotidiano a circolazione nazionale Usa Today.

Riportiamo di seguito il testo nella traduzione italiana. Per l’originale e la lista completa dei firmatari si veda: http://www.nion.us

Che non si dica che gli americani non hanno fatto niente quando il loro governo ha dichiarato una guerra senza limiti e ha istituito nuove aspre misure di repressione.
I firmatari di quest'appello invitano il popolo degli Stati Uniti a resistere alle politiche ed all’indirizzo politico generale che sono emersi dopo l'11 settembre e che pongono gravi pericoli per i popoli del mondo.
Noi crediamo che i popoli e le nazioni abbiano il diritto di determinare il proprio destino, liberi dalla coercizione militare delle grandi potenze. Crediamo che tutte le persone detenute o perseguite dal governo degli Stati Uniti dovrebbero avere gli stessi diritti a un processo giusto. Crediamo che il porre domande, il criticare e il dissentire debbano essere apprezzati e protetti. Capiamo che questi diritti e valori sono sempre contrastati e che bisogna combattere per essi.
Crediamo che la gente di coscienza debba assumersi la responsabilità delle azioni dei propri governi - dobbiamo in primo luogo opporci all’ingiustizia commessa in nostro nome. Invitiamo pertanto tutti gli americani a resistere alla guerra e alla repressione che è stata lanciata sul mondo dall'amministrazione Bush. E' ingiusta, immorale e illegittima. Decidiamo di fare causa comune con la gente del mondo.
Anche noi abbiamo guardato con sgomento agli orribili eventi dell'11 settembre 2001. Anche noi abbiamo pianto le migliaia di vittime innocenti e abbiamo scosso le nostre teste davanti alle terribili scene di carneficina – mentre riandavamo con la memoria a scene simili di Baghdad, Panama City e, una generazione fa, del Vietnam.
Anche noi ci siamo interrogati con angoscia, assieme a milioni di Americani, che si sono chiesti perché una cosa simile sia potuta accadere.
Ma mentre il dolore era appena cominciato, i più grandi leader della terra hanno scatenato il loro spirito di vendetta. Hanno coniato un copione semplicistico del "bene contro il male " che è stato subito adottato da una informazione docile e intimidita.
Ci hanno detto che interrogarci sul perché questi fatti terribili erano avvenuti rasentava il tradimento.
Non ci doveva essere dibattito. Non ci dovevano essere per definizione interrogativi morali o politici validi.

L'unica risposta possibile doveva essere guerra all'estero e repressione in patria.
Nel nostro nome, l'amministrazione Bush, con la quasi unanimità del Congresso, non solo ha attaccato l'Afghanistan, ma si è arrogata per sé e per i suoi alleati il diritto di far piovere forze militari ovunque e in qualunque momento. Le ripercussioni brutali si sono fatte sentire dalle Filippine alla Palestina, dove i carri armati e i bulldozer israeliani hanno lasciato una scia terribile di morte e di distruzione.
Il governo ora si prepara apertamente a intraprendere una guerra totale contro l’Iraq – un paese che non ha alcun legame con l'orrore dell’ 11 settembre. Che tipo di mondo diventerà questo se il governo degli Stati Uniti riceverà un assegno in bianco per lanciare commandos, killers e bombe ovunque desideri?
Nel nostro nome, negli Stati Uniti, il governo ha creato due classi di cittadini: coloro ai quali i diritti fondamentali del sistema legislativo sono almeno promessi e coloro che ora sembrano non avere alcun diritto. Il governo ha arrestato oltre 1.000 immigrati e li ha imprigionati in segreto e a tempo indeterminato.
Centinaia di persone sono state deportate e centinaia di altre languono ancora oggi in prigione.

Questo ricorda i famigerati campi di concentramento per giapponesi-americani della Seconda guerra mondiale.
Per la prima volta da decenni, le procedure di immigrazione identificano determinate nazionalità per un
trattamento disuguale.
Nel nostro nome, il governo ha scatenato una ondata di repressione nella società. Il portavoce del Presidente ammonisce la gente a "stare attenta a ciò che dice". Gli artisti, gli intellettuali e i professori dissidenti vedono i loro punti di vista distorti, attaccati e cancellati.
Il cosiddetto Patriot Act – assieme a una moltitudine di misure simili nei singoli stati - dà alla polizia nuovi e più ampi poteri di indagine e di sequestro, controllati eventualmente da procedimenti segreti di fronte a tribunali segreti.
Nel nostro nome, l'esecutivo ha usurpato costantemente i ruoli e le funzioni degli altri rami del governo.
Tribunali militari con oneri di prova deboli vengono resi operativi con un ordine esecutivo. Gruppi vengono dichiarati "terroristi" con un colpo di penna presidenziale.
Dobbiamo prendere sul serio i più alti governanti della terra quando parlano di una guerra che durerà una generazione e quando parlano di un nuovo ordine interno. Ci troviamo di fronte a una nuova politica imperiale verso il mondo e a una politica interna che produce e manipola la paura per limitare i diritti.
C'è una traiettoria mortale negli eventi degli ultimi mesi che deve essere vista per quello che è e alla quale occorre resistere. Troppe volte nella storia la gente ha aspettato fino a quando era troppo tardi per resistere.

Il presidente Bush ha dichiarato: "O con noi o contro di noi." Ecco la nostra risposta: ci rifiutiamo di permettervi di parlare a nome di tutti gli americani. Non rinunceremo al nostro diritto a mettere in discussione
Non consegneremo le nostre coscienze in cambio di una promessa vuota di sicurezza.
Diciamo: non in nostro nome. Rifiutiamo di essere parte in queste guerre e rinneghiamo l’illazione che esse vengano fatte in nostro nome o per il nostro benessere. Tendiamo una mano a coloro che nel mondo soffrono in conseguenza di queste politiche; mostreremo la nostra solidarietà con le parole e i fatti.

Noi firmatari di questo appello invitiamo tutti gli Americani ad unirsi insieme in questa sfida. Applaudiamo e sosteniamo le discussioni e le proteste in corso, al tempo stesso riconosciamo l'esigenza che occorre fare molto, molto di più per porre fine a questa follia.
Ci ispiriamo ai riservisti israeliani che, con grande rischio personale, dichiarano: "C'é un limite" e si rifiutano di prestare servizio nell’occupazione della Cisgiordania e di Gaza.
Ci ispirano inoltre i molti esempi di resistenza e di coscienza nel passato degli Stati Uniti: da coloro che combatterono la schiavitù con ribellioni e la ferrovia sotterranea, a coloro che sfidarono la guerra in Vietnam rifiutando gli ordini, resistendo alla leva, e solidarizzando con chi resisteva.
Non permettiamo al mondo che oggi ci guarda di disperare per il nostro silenzio e incapacità di agire.
Facciamo invece in modo che il mondo possa sentire il nostro impegno: resisteremo alla macchina della guerra e della repressione e faremo tutto il possibile per fermarla.

COLLOQUIO EUROPEO A BRUXELLES SULLE "MINACCE AMERICANE CONTRO IL POPOLO IRACHENO"

Si è svolto a Bruxelles il 25 e il 26 settembre il "Colloquio europeo sulle minacce americane contro il popolo iracheno", organizzato dal Comitato di cooperazione belga-iracheno e dall’Associazione di amicizia Belgio-Iraq.
Fra i partecipanti, l’ex coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Iraq, Hans von Sponeck, i parlamentari Pierre Chevalier e Patrick Moriou, rispettivamente presidente e membro della Commissione Esteri della Camera belga, l’europarlamentare belga Veronique De Keyser.

Per il testo del comunicato finale (nell’originale francese e nella traduzione inglese) si veda: http://www.irak.be/ned/bivv/finalresolutions.htm

NUOVO APPELLO DI OPPOSITORI IRACHENI CONTRO LA GUERRA

Un altro appello contro l’eventualità di una guerra all’Iraq è stato lanciato dai gruppi Iraqis Against War and Dictatorship (Iracheni contro la guerra e la dittatura) e Initiative 688 (Iniziativa 688).

L’appello – una petizione rivolta alle Nazioni Unite, all’Amministrazione Usa, al governo britannico, ad Amnesty International, alla Commissione Europea, al Parlamento Europeo, all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, allo Special Rapporteur delle Nazioni Unite per l’Iraq, e alla Lega Araba – è stato sinora firmato da oltre 250 iracheni in esilio, fra i quali diverse personalità della politica, della cultura, e dell’arte.

Riportiamo di seguito, nella traduzione italiana, i passaggi salienti.

Per il testo integrale si veda:http://www.PetitionOnLine.com/NoWIraq2/petition.html

"(…) Noi, esuli iracheni, facciamo appello alla solidarietà delle persone di coscienza con il nostro popolo innocente contro una guerra che causerebbe loro più morte e sofferenza. Chiediamo inoltre il vostro sostegno per chiedere la levata immediata delle sanzioni economiche che hanno strangolato il popolo nell’assoluta miseria e disperazione, e per chiedere l’attuazione della risoluzione Onu 688 dell’aprile 1991, che esige la fine dell’oppressione e la garanzia dei diritti umani fondamentali in Iraq. Queste misure, assieme a libere elezioni sotto la supervisione delle Nazioni Unite potrebbero portare una autentica democrazia nel nostro paese, compreso uno status federale per il Kurdistan, e una fine delle discriminazione politica, religiosa ed etnica o di genere. (…)"

MATERIALI

  • http://www.whitehouse.gov/news/releases/2002/10/20021007-8.html
  • The Politicization of War with Iraq (La politicizzazione della guerra all’Iraq)

    http://www.truthout.org/docs_02/09.27A.daschle.iraq.p.htm

  • Eliminating the Threat: the Right Course of Action for Disarming Iraq, Combating Terrorism, Protecting the homeland, and Stabilizing the Middle East (Eliminare la minaccia: la strada giusta per disarmare l’Iraq, combattere il terrorsimo e proteggere la patria e stabilizzare il Medio Oriente)

    http://www.truthout.org/docs_02/09.29C.kennedy.iraq.p.htm

  • Rush to War Ignores U.S. Constitution (La corsa verso la guerra ignora la Costituzione americana)

    http://www.truthout.org/docs_02/10.05A.byrd.rush.p.htm

  • A Pivotal Moment in Our Nation’s History (Un momento centrale nella storia della nostra Nazione)

    http://www.truthout.org/docs_02/10.10A.jeffords.pivotal.htm

  •    _____ 

     tratto dal sito UNPONTEPER.IT

    Barra Italiana di ALENAPOLI

    HARRY BELAFONTE SFIDA POWELL: E' "uno schiavo"

    10 ottobre 2002
    Articolo messo in Rete alle 12:50 ora italiana (10:50 GMT)

    WASHINGTON (CNN) -- Polemica accesa tra il cantante Harry Belafonte e il segretario di Stato statunitense Colin Powell, entrambi di origine giamaicana. L'artista statunitense ha definito Powell "uno schiavo", privilegiato dai suoi padroni. Il segretario di Stato ha replicato in modo secco, definendo "infelice" il commento.
    Nel corso di un'intervista in una radio locale di San Diego, Belafonte aveva criticato in modo aspro il comportamento di Powell.
    "C'è un vecchio detto - ha detto Belafonte - che risale ai giorni in cui vigeva la schiavitù. C'erano gli schiavi che vivevano nella piantagione e quelli che stavano nella casa. Chi aveva il privilegio di stare a casa, serviva il padrone... e lo faceva proprio nel modo in cui il padrone voleva essere servito. Powell è nella casa del padrone. Se osa dire qualche cosa di diverso da quello che il padrone vuole sentire, tornerà nella piantagione".

    In un'intervista rilasciata alla CNN per "Larry King Live" Powell ha risposto: "Credo che la descrizione di Harry sia stata infelice. Sono molto orgoglioso di servire il mio Paese ancora una volta. Sono molto fiero di servire il mio presidente. Se Harry voleva attaccare la mia politica, va bene. Ma il riferimento alla schiavitù è infelice".
    Il commento di Belafonte (da sempre molto impegnato in politica e su posizioni apertamente di sinistra) era contenuto in un attacco, durato una ventina di minuti, all'amministrazione Bush. Belafonte ha anche criticato il ministro della Giustizia statunitense John Ashcroft, spiegando che la sue tattiche sono simili a quelle usate da McCarthy negli anni Cinquanta.
    Joe McCarthy, allora senatore, presiedette il "Comitato per le attività antiamericane" che in quegli anni tacciava di comunismo diversi esponenti del mondo della cultura, accusandoli sovente senza alcuna prova e distruggendone le carriere.
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     tratto dal sito CNN ITALIA 

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