LA DISCOGRAFIA ALLA
VIGILIA DELL'ESTINZIONE
Ipotesi per un salvataggio in
extremis
di Andrea (K) CAPONERI
Fletto i muscoli e sono nel vuoto !
LEO ORTOLANI, Ratman
CAPITOLO
UNO
SVAGATA INTRODUZIONE, TANTO PER DEPISTARVI
Ho 33 anni, sono nato nel 70,
sono stato cresciuto in una famiglia relativamente benestante, non più ricca nè più
triste di tante altre, il Caso ha voluto che appartenessi a una generazione che non è
stata toccata direttamente in causa dalla guerra, nè dagli anni di piombo, nè decimata
da una febbre terzana o quartana, dal morbillo o da uninfezione post parto. Detto
questo e reso grazie al Dio Caso di cui sopra, sembra proprio che io, e quelli come me, al
riparo dalle grandi calamità della Storia, siamo stati il target preferito delle sfighe
piccole e fastidiose, ma così piccole che non ti puoi neanche prendere il gusto di
lagnartene in giro, però...intanto...
Però io ho avuto 14 anni
e dopo due di trepidante attesa quando ne avevo ormai già 16, il mio fratellone mi ha
passato la sua vecchia vespetta. Mentre già mi vedevo giovane capelli al vento
spetazzante in campagne solìe, mi vengono a dire che è stato reso obbligatorio il casco.
Al quel tempo, vi assicuro, un tipo con un casco in testa a cavallo di una vespetta 50 era
ridicolo come uscirci di casa oggi solo perchè grandina un po.
Però io ho avuto 18 anni
e al culmine della mia potenzialità ormonale sempre gli stessi mi vengono a dire che
cè lAIDS, e non parlo di semplici infezioni genitali da farci due risate al
bar. Parlo di roba da rimetterci la pelle appena facevi la leggerezza di andare con una di
cui non conoscevi con sicurezza la cartella clinica e lanamnesi completa di tutti
gli ex ragazzi che aveva avuto in precedenza, e delle loro ex, e degli ex delle ex, e
così via in modo esponenziale come Marco Polo che gioca a scacchi col Gran Khan e gli
sottrae tutto il riso dellImpero. Parlo del tempo nel quale non solo il sesso
propriamente detto (cosa dalla quale peraltro sono stato mio malgrado assai distante per
apprezzabili anni), ma anche un bacio, a detta di molti, poteva essere pericoloso, e
parlarle da vicino, e fare il gioco della mela nellacqua da addentare a mani
legate
Però io ho avuto e ho
ancora qualcosa in più di una trentina danni e un gruppo musicale che, a torto o a
ragione, ha qualche piccola ambizione, scrive e annota delle cosette che avrebbe gran
piacere fossero ascoltate da tanta gente. Quindi un gruppo che, dopo quasi 300 concerti
qua e là per lItalia, è andato a bussare, a suonare, e a chiamare a gran voce alle
porte di qualche etichetta e casa discografica nella speranza di dare un bel vestito alle
proprie canzoni, agghindarle a festa e poi farle scarrozzare per il grande mondo. Sono
almeno cento anni, se non qualcosa di più, che gente come me e i miei amici ha questo
futile desiderio. E qualcuno, gente che non conosco di persona ma ci giurerei che sono gli
stessi del casco e dellAIDS, mi è venuto a dire che al momento il desiderio è
destinato a restar tale. Secondo voi, in che periodo storico lindustria discografica
mi va a vivere il suo massimo momento di crisi, praticamente ormai in attesa da un momento
allaltro della cometa che ne decreterà lestinzione? Indovinato. Ma non era
molto difficile.
Ora (ribadito che nel mondo cè stato,
cè e ci sarà assai di peggio), mi sono detto, come scherzava un mio zio: COSA CI POSSO FARCI? Per il casco ormai è una
battaglia persa, daltronde la vespetta ormai è un lontano ricordo vintage e non ci
sono più neanche le ragazzette davanti alle quali volevo pavoneggiarmi, qualcuna di loro
passeggia con la carrozzina la domenica pomeriggio e sarà già preda ambita della loggia
dei chirurghi estetici, guardata con i miei stessi antichi sguardi languidi dai mercanti
di creme antirughe. Per quanto riguarda lAIDS al momento non credo di avere grandi
soluzioni, se mi vengono in mente sarete i primi a saperlo: nel frattempo forza con
linformazione e con i preservativi (per la castità ho già dato). Invece per la
discografia penso proprio di poter farci qualcosa prima che sia troppo tardi. So già che
a molti il discorso discografico, visto dal versante industriale, potrà sembrare arido e
per nulla diverso dalle analisi di mercato di qualsiasi altro prodotto. Cosa centra,
diranno costoro, laspetto industriale con quello artistico? Similmente: cosa ha a
che fare la bellezza di un quadro con lavidità di chi ci specula sopra in una serie
di continue compravendite? Cosa ha a che fare con lemozione, con lesperienza
artistica che vivo quando ascolto un disco, o una canzone alla radio, o assisto a un
concerto che mi riempie lanima? E perché dovrei sprecarci sopra il mio tempo?
Sono obiezioni certamente comprensibili, dettate da amore e passione, ma anche
queste due nobili componenti dellanimo umano non dovrebbero comunque farci
dimenticare un dato di fatto: la musica così come noi normalmente la fruiamo, è un
prodotto commerciale che ha assunto via via sempre più connotati industriali su scala
mondiale. Questo significa che, similmente a quanto avviene per la cinematografia, la
musica deve comunque fare i suoi conti con lindustria, con le ferree leggi del
business, quindi, in qualche modo ne è condizionato. Questo significa che se una certa
azienda, piccolissima ditta o molochiana multinazionale che sia, non investe qualcosa su
qualcuno, mettiamo anche che sia il più grande artista del mondo, la sua arte ne sarà
inevitabilmente intaccata. Intendiamoci, non dico che se non cè una casa
discografica che pubblica il disco non cè neanche la musica, in fondo è andata
così per secola seculorum. Ma
prendiamo uno a caso, un fantomatico Armando Pecurillo: egli è il più grande artista in
erba del mondo, scrive e canta delle canzoni bellissime e originali, cose che magari da
qui a qualche anno cambieranno la musica italiana o mondiale (ci vogliamo rovinare), ma al
momento, purtroppo per lui, gli uffici di marketing e di sondaggi delle case discografiche
a cui ha fatto ascoltare la sua musica non hanno ritenuto che essa sia spendibile sul
mercato, che abbia un pubblico.
Nulla vieta che, fuori dal commercio e dallindustria, Armando
nella sua cameretta, o nelle strade del mondo, possa cantare e suonare la sua arte: il
problema è che a me, se non sono un suo compagno di stanza, o uno che passa di lì,
dellarte di Armando non mi arriva nulla. Per me è come se non fosse mai nato.
E vero che la rivoluzione telematica di Internet ha reso possibile bypassare la
distribuzione, che quellartista può registrare da sé la propria musica e metterla
in rete cosicché dovunque io sia possa ascoltarla senza intermediari. Ma se andiamo un
po più dentro alla questione mi devo anche chiedere: in un mondo in cui 50 milioni
di sconosciuti (tiro a indovinare, ma lordine di grandezza penso che sia, o che
sarà, quello) mettono in rete le loro cose, come faccio a scoprire Armando e quelli bravi
come lui? Li scarico tutti? E per uno che scopro (per culo, perché un amico me lha
consigliato, perché ho letto il suo nome in qualche rivista di culto dato che in Tv o in
radio o su Sorrisi e Canzoni Armando
senza casa discografica non ci va di sicuro) quanti ne perdo? E chi non ha culo, o non ha
amici che li consigliano, o non è così sfegatato da trovare riviste specializzate e
indipendenti, come fa? Vivrà la sua vita senza Armando. Detto così sembra un siparietto
da ridere, chi se ne impippa di Armando
Ma mettete al posto del nome Armando
Pecurillo quelli di Paolo Conte, di Franco Battiato, di Fabrizio de Andrè, tanto per
restare nel nostro orticello, o di qualsiasi artista che amate: siete ancora sicuri di non
volerne sapere nulla su cosa combina lindustria discografica? Cè ancora un
altro discorso da fare, soprattutto se usciamo dallo stereotipo del menestrello medievale.
Allora, semplificando di brutto e con tutti i rischi del caso: se noi rimaniamo abbagliati
dalla grande poesia di Dante è perché ha scritto dei capolavori immortali a costo zero,
e si sono imposti grazie alla loro incomparabile bellezza. Al
contrario se noi possiamo godere di The dark side of
the moon come una delle opere musicale più belle e
ispirate del XX secolo è perché cè stata dietro unindustria che ha
investito dei soldi (tanti o pochi qui non ci interessa) sui Pink Floyd, li ha fatti
arrivare a quel disco anche se quelli prima non erano certo dei bestsellers, ha concesso
loro il tempo che occorreva per comporlo senza per questo farli morire di fame e i soldi
necessari per utilizzare per un certo tempo uno studio allora allavanguardia e per
accaparrarsi un tecnico del suono come Alan Parson. Senza tutto questo quel disco non
sarebbe esistito, o sarebbe stato qualcosa di sensibilmente diverso, difficilmente il
capolavoro epocale che è. Lo stesso discorso vale anche per innumerevoli altri artisti ed
opere musicali.
Come ogni altra industria, quella discografica vive in bilico
precario tra affari e qualità del prodotto, ma, a differenza delle altre, è anche un
industria culturale per cui il concetto di qualità è molto più ampio e sfuggente in
quanto include anche il valore artistico ed emozionale che il prodotto trasmette e nel
quale una buona parte del pubblico ripone il suo orizzonte di attesa ogni volta che
lacquista. E questo qualcosa in più, questo quid, con buona pace di tutte le ripartizioni marketing che ormai sono il
nefasto perno di molte majors, non è riproducibile in serie, non è bullone e non è
banana, razionalmente fabbricabili o coltivabili, è piuttosto tartufo selvaggio.
Occuparsi di come
vanno le cose oggi nel mondo discografico è anche preoccuparsi di quanto ormai le case
discografiche odierne, mastodontici apparati economici-politici-mediatici (vai col
pannellismo
) , siano in grado di andare a cercare questo tartufo, e poi di
valorizzarlo rispetto ai prodotti di serra. Cioè, fuor di metafora, quanto esse siano
ancora in grado di scoprire, aiutare, indirizzare, promuovere e finalmente vendere quanto
vi è (anche e non solo) di artistico, di culturale e di emozionale in una canzone, in un
disco, in una qualsiasi opera musicale. In genere il ragionamento che fanno i colossi
della musica quando gli si rimprovera la pochezza delle loro proposte è:
- Non siamo unopera di beneficienza:
abbiamo dei livelli di business da raggiungere annualmente di cui rendere conto alla
casa-madre (in USA, in Germania, in Giappone indifferentemente: ormai in Italia le padrone
della gran parte del mercato, della distribuzione nei negozi, della propaganda via radio,
TV e giornali sono solo 4 multinazionali che di italiano hanno ben poco). Voi vedete i
managers delle majors come esseri forti, arroganti e cinici: ma lo sapete che si sta come
sugli alberi dautunno le foglie? Lo sapete che se il titolo fluttua in borsa ci
buttano via come un panno vecchio nelle buste per i non vedenti o alla meno peggio ci
traferiscono da unaltra parte con scritto in fronte carriera fottuta? Tutte queste
ulcere sprecate
Per ottenere quanto detto al punto 1 la qualità
artistica non serve, anzi è un ostacolo alla diffusione di massa. Per due motivi
semplicissimi.
A-> La qualità per imporsi, e quindi
rendere, ci mette un po. Noi non abbiamo tempo: se i report trimestrali sono
negativi il culo brucia.
B-> Quindi, per quanto ci riguarda, vale il
detto: MANGIATE MERDA: 100 MILIARDI DI MOSCHE NON POSSONO
SBAGLIARSI!
Perché questo saggio è
inutile
Probabilmente è vero che, come
scrivono da più parti, siamo di fronte a un cambiamento epocale nella fruizione della
musica, senzaltro da qui a qualche anno il CD sarà roba da patetici passatisti, da
Nathan Never proiettati ancora più avanti nel futuro: è evidente che ormai i maggiori
sforzi in prospettiva siano quelli di spostare tutta la musica su Internet, così per
ascoltare lultimo pezzo del nostro cantante preferito non dovremo far altro che
connetterci, pagare un tot e scaricare sul nostro PC il pezzo che vogliamo. E un
futuro che come tutti sanno abbiamo già in casa, già dallo scorso aprile la grande
industria discografica USA è sbarcata alla grande nel mercato dei files musicali a
pagamento: contando su un repertorio di 200.000 brani, gli utenti hanno scaricato al costo
di 99 centesimi di dollaro la cifra impressionante di un milione di canzoni, e, badate
bene, solo nella prima settimana del servizio! Considerate anche che il programma iTune che consente il downloading (cioè di accedere alla canzone e
di portarla sul nostro computer, e, se vogliamo, registrarla su CD) è al momento
destinato solo agli utenti MacIntosh, che sono una minoranza, anche se qualificata. Ad
iTune si stanno affiancando altri
programmi, anche per sistemi Windows, e sicuramente, a giudicare dallo sfregarsi di mani
che si sente nelle stanze che contano, sarà il nuovo Klondike. Cifre come quelle fatte
registrare da iTune fanno
saltare completamente il concetto di negozio tradizionale che semplicemente subirà un
feroce tagliafuori dal mercato. Infatti esso non converrà più a chi vende perché
presuppone numerosi passaggi che invece la Rete permette di saltare a piè pari con un
abile salto della quaglia dal produttore al consumatore, direttamente dal contadino sulla
tua tavola.
Ora, a scanso di equivoci, non mi fa paura il presente futuribile in quanto tale, ma temo
il passato cancellato dallalto. La cosa nuova sarà che, nelle previsioni di molti,
la Rete sarà lUNICO MODO per gustarsi la musica. Le leggi del mercato, non diverse
da quelle darwiniane, ci impongono urlando con gran voce megafonica che all change, e sollevare obiezioni è stupido
luddismo ottocentesco: dimenticate i negozi di musica (magari quelli di una volta che
però con un paio di buone gambe potreste ancora scovare in qualche via) quelli con gli
espositori, magari, a volte, con il titolare che ti conosceva e che ti sapeva consigliare,
quelli nei quali bighellonavi per tutto il pomeriggio anche se in tasca non avevi una
lira. Dimenticateli, se non lo avete già fatto. E già che ci siete dimenticatevi il
concetto stesso di album, di lavoro a lungo respiro, di raccolta di pezzi, magari con un loro filo
logico che li unisce. Il futuro è stretto, tutto sarà calibrato sul singolo pezzo da
scaricare, i nuovi utenti non conosceranno la musica se non attraverso centinaia di
compilation decise da loro, ognuna delle quali con 20 pezzi di 20 artisti diversi.
Intendiamoci, niente di male in
sé, daltra parte chi ama Nick Hornby sa già che nulla come un raccolta di canzoni
scelte personalmente sa toccare il cuore della ragazza che timidamente amiamo. E che
cera tutta una scienza applicata nelle cassette che con pazienza le registravamo
pezzo per pezzo: adesso ci metto questo che è una fucilata, poi la spiazzo con una
canzone languida da strapparsi il cuore, così capisce che sono un tipo eclettico, che
sono fuoco e brezza, in apertura ci sta meglio questa in inglese o questaltra in
italiano? E quei due pezzi da ballare dove li schiaffo? Vabbé, non sono sta gran cosa, ma
vorrai mica che mi prenda per un tipo palloso? Tutto bene, dunque, ma, non so perché, un
futuro musicale tutto parcellizzato in schegge ognuna per affari suoi, mi inquieta un
poco. Andate un po a dire a un lettore che dora in avanti potrà leggere solo
racconti. Basta con quei romanzi lunghi ed obsoleti: dora in poi potrai
editare tutto da solo il libro che più ti piacerà montando insieme una sequenza quanto
più eterogenea di racconti! Uaoh! Non sei contento di questo bricolage letterario, tra
laltro così affascinantemente postmoderno? Andate a dirglielo voi, perché mi
sa che tanto felice non sarebbe
Intendiamoci, non dico che da un momento
allaltro scomparirà il classico album, scusate se a volte esagero per amore degli
effetti speciali. Ma è verosimile che, se laccelerazione telematica segue il suo
corso, i CD-album con canzoni nuove tutte partorite dallo stesso artista saranno roba da
collezionisti, da nostalgici amanti del discorso lungo, o da zoccolo duro.
Verranno quindi stampati in poche copie, in lussuose e costose confezioni da ordinare, ça
va sans dire, per posta o per internet, visto che agli occhi dei nostri figli i negozi di
dischi potrebbero apparire altrettanto antiquati di quanto oggi sembrano a noi le botteghe
di guantai di inizio secolo. Perché dunque, vi sarete chiesti, e se non lo avete ancora
fatto, sarà bene incominciare, perdi tempo e occhi a scrivere come potrebbe salvarsi
lindustria discografica, come si potrebbero vendere più CD, e soprattutto dischi
più belli? Non combatti allora una battaglia di retroguardia, non sei forse lultimo
giapponese nascosto nella foresta, convinto che la guerra non sia mai finita? In verità
potrebbe essere così, è vero, ma è anche vero che non tutti gli scenari futuribili, per
quanto probabili sono scritti nelle stelle. Se anche lindustria sta investendo
energie umane e risorse economiche per renderli reali, non è affatto detto che volere sia
potere. Intanto bisognerà vedere come reagirà il mercato, quando quello speciale affetto
che ha legato per decenni un essere umano alloggetto musicale acquistato, già
incrinato con il CD, verrà completamente meno. Quando tutta la musica, o la grandissima
parte di essa, sarà virtuale e impalpabile, le vorremo ancora così bene?
E poi, come ci insegna la storia dellinformatica e della pedagogia, ogni sistema di
protezione e controllo assoluto porta con sé la voglia di farlo saltare. Saranno mai del
tutto al sicuro i negozi virtuali dagli hacker che beffardemente gli
sottrarranno di straforo tutto ciò che gli pare per poi rimetterlo in circolo
gratuitamente in rete? (tra laltro, qualche storiella edificante del genere la
troverete in uno dei prossimi capitoli). E quando, di conseguenza, il filesharing (la condivisione gratuita di
files musicali) devasterà questo mercato, se non ce ne sarà un altro tradizionale in
parallelo, non andrà forse tutto a panzetta? Per fare un esempio, cosa sarebbe successo
se qualche anno fa, quando a ogni Salone del Libro di Torino, o di Francoforte, si
celebravano le magnifiche sorti e progressive del libro elettronico (il fantasmagorico
e-book), le case editrici avessero abbandonato ogni investimento nel canale tradizionale?
Ecco perché, nonnostante tutto, mi rivolgo a voi, signori discografici e sottoquadri
annessi, Presidents, executive Vice Presidents che gestite le attività Law &
Corporate Affairs, Finance, Human Resources e Operations & Business Development, e via
via giù , Generals Managers, Promotion Managers, Uffici Stampa, addetti al businness
affairs, segretarie di produzione, direttori marketing, produttori, direttori commerciali
e tutti quanti diavolaccio siete, sappiate che ho studiato la questione, le cause interne
ed esterne, lut e il quoniam, quel che si è fatto e quello che non si è fatto. Alla fine sono
arrivato alla conclusione che, se non prendete iniziative di testa vostra (si sono visti i
risultati) e se farete per benino quello che sto per suggerirvi, forse ce la fate a
salvare la ghirba e, insieme a quella, ad assicurare che anche in futuro qualcuno simile a
un ragazzo possa entrare in un luogo simile a un negozio e a comprare qualcosa simile a un
disco. E a perdercisi dentro.
(1- continua)
Andrea (K)
CAPONERI
email: andreacaponeri@tiscalinet.it
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