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FUORI dalla FINESTRA

 
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LA DISCOGRAFIA ALLA VIGILIA DELL'ESTINZIONE
Ipotesi per un salvataggio in extremis
di Andrea (K) CAPONERI

Fletto i muscoli e sono nel vuoto !
LEO ORTOLANI, Ratman

CAPITOLO DUE
ASCESA E DECLINO DELL'IMPERO DISCOGRAFICO: ALCUNI DATI

     Per rendersi conto dello stato dell’arte, delle difficoltà ma anche delle risorse potenziali dell’industria discografica, sarà bene fornire alcune cifre, non solo dell’ultimo periodo. Occorre quindi impegolarsi in un dovuto excursus storico (NO, NO, L’EXCURSUS STORICO NO!!), forse capzioso ma certamente importante quanto ignorato dalla più parte degli esperti del settore. Già l’aggettivo capzioso dovrebbe avervi messo in guardia: di cose perlopiù pallosette si andrà parlando in questo capitolo, quindi se vorrete saltarlo a piè pari non ve ne vorrò. Sappiate solo che io per rintracciare, organizzare e trascrivere tutti questi dati mi sono fatto un cesto notevole… fate un po’ voi. Non sono certo così ingenuo da ignorare che alcuni dei problemi attuali in cui versa il mondo del disco sono del tutto moderni, ma siamo sicuri che dall’analisi dei flussi del passato, delle ragioni dei momenti in e di quelli out, non si possa trarre qualche utile suggerimento? Il discorso verterà in special modo, qui e altrove, sull’industria discografica in Italia, perché questa chiaramente ci preme prima di tutto, ma naturalmente essa è legata a un mercato mondiale di cui spesso condivide esaltazioni e depressioni, quindi presteremo più di una volta un occhio attento anche a cosa succede altrove. Partiremo da lontano, ‘che è lontano che speriamo di andare, e guarderemo cosa è successo in termini di vendite e di eventi significativi nell’industria discografica negli ultimi 50 anni: è infatti a partire dal secondo dopoguerra che essa assume in Italia le caratteristiche di un’impresa economica propriamente detta (superato il pionierismo e il conformismo fascista). Ecco qui sotto uno schema, spero chiaro e agile, per mettere in luce alcune delle tappe storiche dell’ascesa e dei momentanei declini del disco in Italia. Devo però sottolineare che non sempre i dati sono omogenei: intanto alcuni sono a volume (cioè numero dei pezzi venduti) ed altri sono a valore (cioè soldi incassati), poi alcuni sono forniti dalle case discografiche che snocciolano i dati che riguardano solo i loro prodotti e inoltre con variazioni a seconda delle categorie che le rappresentano (dal ’92 sono 2). Altri ancora, e lo specificherò, sono forniti dalla SIAE e riguardano il numero complessivo dei bollini concessi (quindi comprendono anche tutte le autoproduzioni individuali e le etichette indipendenti, in pratica tutto quel sommerso che le case discografiche maggiori non rilevano e che invece oggi costituisce almeno un buon 50% dell’intero mercato).

Per i dovuti debiti di riconoscenza dichiaro con piacere che per quanto riguarda i dati relativi al periodo ’51-’81, molti di essi sono tratti da “L’industria discografica in Italia”, un libro edito da LATO SIDE nel 1982 a firma di Mario de Luigi, direttore di “Musica e Dischi”, la rivista più autorevole nell’ambito dell’industria discografica (e per quanto concerne le classifiche di vendita, ma di questo parleremo altrove). Per gli anni seguenti mi sono rifatto alle annate di “Repubblica”, a ricerche in Rete e ai ricordi miei (va a sapere a quali dei tre prestare più credito…). Per tempi a noi più vicini vi accorgerete che mi sono dilungato di più, a volte a ragione, a volte a sproposito, va’ a distinguere mò…

    1951: 4 milioni di pezzi venduti, in grandissima parte 78 giri, con una buona fetta ad appannaggio della musica classica e sinfonica. Nato negli USA nel ’47, fa la prima sporadica comparsa italiana il microsolco a 33 giri, ultimo grido della tecnica (per la cronaca: il primo 33 giri venuto al mondo è lo Schiaccianoci di Ciaikovski con qualche j a casaccio che non mi ricordo dove sta di casa). Al momento snobbato, in pochi anni manderà in pensione i vecchi 78 giri relegandoli ai mercatini dell’usato.

    1956: 9,5 milioni di pezzi. Da due anni esiste già la Televisione, inoltre proprio nel 1956 fanno la loro comparsa i juke-box: entrambi saranno favolosi strumenti di promozione per la canzone. Si comincia, più che altro negli USA, a parlare di Hi-Fi (Alta Fedeltà) e compaiono in Italia i 45 giri, da lì a poco formato standard per i singoli.

    1958: In Italia si vendono ben 16.875.000 di cui 10.500.000 singoli (il trend del momento). In altre parole:nel giro di due anni si è duplicato il giro d’affari, anche grazie ad alcune felici concomitanze: il caso Modugno che nel Sanremo di quell’anno spopola con “Volare”, la rivoluzione degli “urlatori” (Dallara, Sentieri e compagnia) e quella dei rockers che importano in Italia l’eresia del rock’n’roll.

    1960: Le vendite aumentano e, complici le prime avvisaglie del boom economico, sfondano il muro dei 20 milioni, i giovani sono d’ora in avanti una categoria di consumatori altamente gratificante, quasi 100 le etichette sul mercato, 23.000 le licenze concesse ai punti vendita. In TV il “Musichiere” di Mario Riva fa epoca e fa soprattutto venir voglia di canzoni un po’ a tutti. “Musica e Dischi” redige la prima classifica di vendita dei dischi in Italia (ma solo dal ’63 sarà resa pubblica). In via d’estinzione i 78 giri.

    1961-'64: 1ª CRISI. Una disposizione governativa impone sui dischi una tassa straordinaria del 10% che provoca un rialzo del prezzo di vendita. E’ la prima crisi che conosce il disco, mercato che è cresciuto troppo in fretta e deve riequilibrarsi (circa un 5% in meno, poi stabile per un paio d’anni). Molte aziende chiudono i battenti o ridimensionano la propria attività.

    1964: primi segni di schiarita: per la prima volta un disco italiano (“Una lacrima sul viso” di Bobby Solo) raggiunge quota 1 milione di copie vendute.

    1966: 33 milioni di pezzi venduti (di cui la maggior parte, 28 milioni, sono 45 giri). Il mercato è definitivamente uscito dall’impasse grazie a diversi fattori: alcune grandi manifestazioni di inizio decennio che ora cominciano a funzionare e a ridare fiato al disco (nell’ordine: Canzonissima, il Cantagiro, il Disco per l’Estate) e altre create ex novo (il Festivalbar); le riviste giovanili musicali (la prima è “Ciao amici”, del ’63) e soprattutto le nuove correnti musicali, il folk americano e il beat, che daranno vita al rock.

    1969: 44 milioni di dischi venduti, di questi una gran parte sono ancora singoli, ma già comincia a rivestire una fetta consistente, in copie e soprattutto in fatturato, il long playing a 33 giri (LP) con 5.300.000 copie, anche grazie ai primi successi di vendita dei cantautori. Ai dischi vanno aggiunte anche 700.000 tra cartucce stereo 8 (apparse già nel ’66) e musicassette (maggio’68: nel giro di qualche anno porteranno all’estinzione le cartucce). Inoltre già dal ’97 si è inaugurato il disco a dispense da acquistare in edicola. Il mercato in 8 anni ha avuto un impennata (in copie) del 220%

    1970-'73: II CRISI: Anche questa derivata, tra altri fattori, dall’accresciuto prezzo di vendita dovuto all’aumento dell’IGE al 8%, che porta il totale delle tasse sul disco al 18%, e da un maggior costo della SIAE che introduce le macchine stampigliatrici. Inoltre i vecchi veicoli promozionali, per es. il Festival di Sanremo che da lì a poco vivrà il suo momento più buio, si rivelano inadatti a soddisfare le nuove esigenze di un’Italia in rapida e convulsa modificazione. Per 3 anni le vendite caleranno sensibilmente. In particolare crolla il singolo, anche perché diminuiscono i juke-box, mentre stabile resterà il numero di LP. Nel ’70 comincia “Alto gradimento” di Arbore e Boncompagni.

    1971: 36.784.000 di pezzi + 2 milioni di nastri

    1972: 26.728.000 di pezzi (di cui 5.770.000 LP) + 5,5 milioni di nastri. E’ l’anno più nero per la discografia italiana che in appena 3 anni ha visto diminuire il numero di copie vendute del 59% (ma il fatturato cala un po’ meno), inizia a farsi consistente anche la fetta di mercato sottratta dalla pirateria (si calcola un 50% del settore nastri, cioè circa un 10% del totale). Le grandi etichette prendono alcune misure per fronteggiare la situazione (concentrazione, distribuzione comune). Inoltre la crisi di tante piccole e medie etichette fa il gioco delle multinazionali che ora sono protagoniste quasi assolute del mercato (alle storiche RCA, DECCA, EMI, PHONOGRAM, si aggiungono WEA e CBS).

    1973: L’austerity in cui versa l’Italia non impedisce al disco di riprendersi: 27 milioni di copie, di cui, dato confortante per il fatturato, ben 9 milioni sono LP. A questi numeri vanno aggiunti 7,7 milioni di nastri (per un totale di 34,7 milioni).

    1974: 30 milioni di pezzi + 9 milioni di nastri (totale 39 milioni, di cui ben 12 sono album a 33 giri). L’AFI, associazione dei produttori fonografici italiani, riesce a scongiurare che, come minacciato dal governo, l’IVA sui dischi passi al 30% (è ora al 14%). Viene presentata in USA la laser vision (ancora fondata sul sistema analogico): avrà qualche riscontro solo in USA e Giappone.

    1975-1978: Costante crescita del mercato in profonda evoluzione. Nell’ordine:(a) nascono le prime radio libere (la prima è Radio Milano International, nel ’75, la odierna “101”) che prolifereranno fino a toccare quota 3000 nel ’78 e che saranno sempre più canale privilegiato di diffusione del disco, fino a imporre per prime sia un modello di musica giovane estranea alle reti RAI (la disco-music), sia un modello più politico gradito al movimento di contestazione (cantautori e rock di sinistra); (b) si impongono, anche se da anni presenti alla chetichella sul mercato, le collane a medio prezzo (tipo Linea Tre della RCA ed altre). Interessante è un’analisi di “Musica e Dischi” del ’75 che attesta che il fatturato è dovuto per 43% agli Lp, per il 15% ai singoli e per il 42% ai nastri, e che la produzione italiana con il suo 70% (bei tempi…) prevale su quella straniera (30%).

    1978: 45 milioni di dischi (di cui 18 milioni di LP) + 16,5 milioni di musicassette, per un totale di ben 61,5 milioni di pezzi! La parte del mattatore la fanno a metà la discomusic, all’acme della sua breve estate, e il cantautorato che vive, in termini economici la sua stagione più brillante (12 tra i primi 15 artisti italiani campioni di vendite sono appunto cantautori).

    1979-80: III CRISI. Crolla la discomusic su cui molti avevano puntato a dismisura e che invece si rivela un fenomeno intenso quanto breve. Inoltre la precedente sovraesposizione della stessa non aveva permesso la crescita di nuovi veri artisti: il panorama è ora desolante, tra vecchi leoni agli ultimi ruggiti e crollo delle etichette indipendenti (la CRAMPS di Finardi, degli AREA, e di tanti altri, solo per fare un esempio tra i tanti) travolte dal riflusso sociale e politico e dalla trasformazione delle radio in una sorta di agenzie pubblicitarie spesso al di fuori della portata del loro budget. Nel 1980 si vende l'11% in meno e (soprattutto i 45 giri, regno della disco fino all’anno prima) con un –3,2% di fatturato il cui calo è ammorbidito dalla tenuta dei 33 giri. Ma è proprio in questo anno che si gettano le basi per la futura rinascita: la “Philips” inventa il Compact Disc, la vera gallina dalle uova d’oro per tutto il decennio seguente: garantirà guadagni pazzeschi e lotte finanziarie mai viste attorno al disco. Sempre più sarà ormai un affare gestito da majors che prima si combattono poi si annettono. La Sony lancia il walkman (all’epoca chiamato “Soundabout”) che darà a lungo slancio alla musicassetta che resisterà anche al DAT.

    1981: timida ripresa, si riscopre il Festival di Sanremo che a poco a poco vivrà una sua seconda giovinezza. Le cifre dicono: un totale di 59 milioni di pezzi, di cui 26 sono 45 giri (in ripresa) 21 sono album e 21,5 sono cassette (che, anche grazie alla moda degli walkman, effettuano un sorpasso sul 33 giri che già prefigura una futura crisi del “padellone” in vinile, poco pratico, deformabile e soggetto a rapido deterioramento). L’IBM lancia il PC.

Nel complesso fino all’85 si assisterà, non solo nello scenario italiano, a una costante crisi del settore dominato da piattezza di suoni e di idee, da gruppi buoni per una stagione e bolliti l’anno dopo, piegato dall’aumento dei costi di promozione (video)

    1983: Il CD fa la sua comparsa in Italia e all’inizio è roba da stralusso: un lettore costa un paio di milioni, un CD supera le 50.000 lire (rapportate le cifre all’epoca e fatevi un’idea). All’inizio è campo esclusivo della musica classica e lirica, sia perché le qualità del Cd erano più evidenti per questi generi musicali, sia perché i loro cultori avevano in media finanze più floride.

Nel mondo si vendono 2 miliardi e 370 milioni di pezzi così suddivisi: 750 milioni di 45giri ed EP, 800 milioni di LP, 800 milioni di cassette e 20 milioni di CD

    1985: Vendite stabili nel mondo ma il vero protagonista dell’anno è il CD che passa da 20 a 62 milioni di pezzi anche grazie a forti investimenti pubblicitari per convincere la gente all’acquisto del lettore e della bontà del nuovo sistema. Anche (e soprattutto) per merito del nuovo supporto termina la III crisi e il business dei dischi ricomincia a girare.

    1986: Nel mondo venduti 2 miliardi e 258 milioni di pezzi: Comincia la vera flessione di 33 e ancor più dei 45 giri, compensata, anche economicamente, dalla scalata del CD passato a 140 milioni.

Anche in Italia il CD, che incomincia a interessare oltre ai facoltosi amanti della classica anche altri fruitori, è in costante ascesa: è passato in 4 anni da 210.000 a 2.200.000 pezzi. Teresa de Sio e Lucio Dalla sono tra i primi in Italia a incidere CD “pop”. In totale nel nostro paese si vendono 42 milioni di pezzi (nello specifico, oltre ai CD,: 8 milioni di 45gg, 16 milioni di cassette, 16 milioni di LP), cifra ben lontana dai 59 milioni di 5 anni prima.

    1987: Nel mondo il Cd tocca vetta 250 milioni di pezzi. Crollano i 45 giri, i primi a scomparire da molti scaffali.

Esce in Italia la prima serie economica in CD: 100 titoli a 18.000 lire (più o meno il prezzo di una novità in vinile), cala anche il prezzo del lettore (400.000 lire).

La “Bulldogs” di Milano comincia a pubblicare bootlegs con autorizzazione SIAE.

    1988: Negli USA per l’industria discografica è il miglior anno dal’78, soprattutto grazie ai CD (l’11% del mercato) anche perché sui Cd si ha un profitto netto di 2 dollari, il doppio dei tradizionali supporti.

Fa la sua comparsa il DAT (preannunciato l’anno precedente) che assicura alle cassette la qualità del CD. L’industria trema perché presagisce un boom della pirateria. Ma il DAT non ha successo commerciale e verrà usato solo negli studi di registrazione. In compenso nasce il CDV (Compact Disc Video) dalle stesse dimensioni del CD. Al momento sarà un po’ snobbato, in realtà è l’antesignano dell’odierno DVD.

    1989: Esplode il rap. Un’altra casa discografica italiana cambia bandiera: la gloriosa CGD (Compagnia Generale del Disco) di Piero Sugar è acquisita dalla multinazionale WEA. E’ in questo anno che si annuncia sempre più vincente le sinergia tra i diversi settori delle multinazionali: libri, cinema, musica, TV.

    1990: Annata storica per i supporti fonografici: per la prima volta i CD vendono più dei 33 giri, destinati così a uscire dal mercato nel giro di pochi anni. Nel complesso, in un panorama in espansione (+10%) si vendono 49 milioni di pezzi, tra cui 14.611.000 CD, 12.751.000 LP, 22.438.000 cassette. E’ anche un anno da ricordare per la musica italiana: secondo i dati forniti dalle case discografiche, ben 13 artisti di casa nostra vanno oltre le 400.000 copie (Ramazzotti e Dalla sfondano addirittura il milione, ma Ramazzotti sfonda anche qualcos’altro)

I supporti audio dei periodici (le vendite di Cd in edicola rappresentano il fenomeno dell’anno) sono assoggettati all’IVA al minimo (4%). Nel ’97 una nuova norma ridimensionerà la facilitazione. Approvata una tassa antipirateria.

Dal 1984 al 1990 il fatturato mondiale dell’industria fonografica è raddoppiato.

    1991: Il mercato mondiale è stimato sui 25,8 miliardi di dollari con un significativo +7,3% rispetto al ’90. Praticamente scomparsi i 45 giri che già da anni erano i vinili più in crisi. Per buona parte degli anni ’90 il mercato dei singoli sarà risibile e solo a fine decennio il caro Cd renderà più a portata di borsello i CD single che avranno un rigoglio.

La Polygram, con lo slogan “musica da vedere” prova a diffondere il laserdisc (una sorta di progenitore del DVD). Ogni laserdisc misura 30 cm di diametro (poco meno di un 33 giri) ha una guaina dorata e costa sulle 70.000 lire, un lettore si vende a 1.200.000. I costi proibitivi, non compensati da sostanziali optional rispetto alle videocassette, ne determineranno il clamoroso flop commerciale (qualche anno dopo ci scherzerà sopra anche Jonathan Coe nel romanzo “La famiglia Winshaw”)

S’inasprisce l’IVA sui dischi che sale dal 9 al 12%. (tanto per dire: insieme ad aragoste, ostriche, astici, cibi per cani e gatti, cornflakes). Ad agosto sbarca in Italia MTV sulle onde di alcune Tv locali del nord Italia.

Un rapporto della Fondazione Agnelli evidenzia come il 50% dei finanziamenti statali per lo spettacolo siano destinati agli Enti lirici. Tale percentuale, già spropositata, salirà in 10 anni al 75%. Altri dati: il 6% degli italiani assiste ad almeno un concerto all’anno; si vende solo un disco a testa e solo un terzo dei lavori pubblicati ripaga delle spese.

L’effetto-Sanremo è sempre meno determinante per la vendita di dischi: incide solo per un 2-3% su un fatturato annuo che si aggira sui 527,5 miliardi di lire.

Si diffonde con preoccupazione il fenomeno dei negozi di noleggio del CD e con esso le prime battaglie giudiziarie: a Torino il primo processo intentato contro un esercizio del genere assolve gli imputati e stabilisce che noleggiare Cd non è reato.

    1992: Italia: La raccolta dell’annata ’92 non è delle peggiori, anzi il fatturato fa registrare un +18% (621,9 miliardi). Il mercato è così suddiviso: 57,2% CD; 34,3% MC; 5,1% 33 giri; e solo il 3,4% singoli). Una ricerca evidenzia che si consuma il 48% di musica italiana, che comprano più dischi i maschi e che si acquista più musica al sud (ma non era il regno della pirateria?)

Mondo: per la prima volta i CD sorpassano anche le musicassette, che hanno comunque ancora la loro roccaforte nei mercati asiatici, africani e dell’america latina. Però, a differenza del vinile che capitola in quattro e quattr’otto (infatti nel ‘92 la Polygram è la prima tra le multinazionali ad annunciare lo stop della produzione di dischi in vinile), le MC tengono botta ancora per altri anni. Resistendo, dopo il tentativo del DAT, anche all’attacco della Digital Compact Cassette (DCC) della Philips.

Negli USA fa sensazione la decisione di “Billboard” (la bibbia delle classifiche) di rivedere i criteri e le procedure di rilevazioni delle sue hits: le classifiche vengono rivoluzionate, assurgono ai primi posti generi come country e rock underground precedentemente penalizzati. Esplode il grunge dei Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden.

Non decolla il VIDEOTEL della SIP (nelle intenzioni doveva essere una sorta di pre-internet) che nella fattispecie non c’entra nulla, ma mi affascinano i futuri abortiti.

Guerra tra i discografici italiani: l’AFI (Associazioni Fonografici Italiani) si spacca e nasce la FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) che raggruppa le majors del settore.

La discografia italiana occupa il 6° posto nel mondo, con un 5% in più in fatturato rispetto al ’91.

    1993: E’ un anno pesantissimo di crisi e recessione per l’industria discografica. A luglio la flessione viene stimata al –16%, il fatturato s’abbassa a circa 430 miliardi. Il 33 giri è agonizzante: l’ISTAT lo toglie dal suo “paniere”. Ci sono comunque segnali positivi sul fronte della qualità con l’apertura di promettenti scenari per il nuovo rock italiano.

E’ l’anno in cui scoppia la prima grande protesta contro il caro-CD, prima in Inghilterra (c’è addirittura un’inchiesta parlamentare), poi anche in Italia dove un Cd nuovo costa 34.000 lire (il vinile e le Musicassette che hanno ormai costi di produzioni simili costano sensibilmente meno). Non a caso partono le prime inchieste sul “caro-CD” per sospetti accordi sottobanco tra le majors.

Carlo Bixio dichiara: “Il vero nodo per l’industria nei prossimi anni sarà di inventare canali nuovi per distribuire la musica… il disco non è importante, che resista l’oggetto non è indispensabile. E’ la musica che deve restare al centro dei nostri interessi.”

Si fa sempre più forte la sinergia tra dischi/film/videogames. Contemporaneamente giunge a compimento l’assorbimento ad opera delle multinazionali: restano padrone del mercato la BMG, l’EMI, la Polygram, la SONY e la Warner.

Fallimento del MD (minidisc) sospettato di favorire le copie private.

La crisi di tangentopoli frena la musica live: 30% in meno di presenze ai concerti.L’ IVA è al 13%.

    1994: In Italia è l’anno del Karaoke: un’intera popolazione si scopre cantante, vanno a ruba le basi musicali, ma è anche l’anno che prende il via, pagando, s’intende, l’operazione disco in Rete. Contemporaneamente il VII Forum delle reti culturali del Consiglio d’Europa lancia l’idea, in barba alle case discografiche, di usare Internet per permettere ai gruppi sperimentali, di solito privi di mezzi e di esposizione, di scambiarsi files musicali e video. Internet comincia ad allarmare le case discografiche. Quando ognuno si scaricherà il suo CD dalla rete, che ruolo avranno?

“Musica e Dischi” comunica che la musica pop ha fatto registrare una crisi nera riguardo il numero degli spettacoli live e degli spettatori (un altro –26%) a fronte di uno sviluppo del settore classico.

Cresce un po’ il fatturato, ma non la vendita dei dischi, turbata anche dal mercato nero (si stima che dal ’91 al ’94 la pirateria abbia triplicato i suoi affari, cosicché mentre altrove nello stesso arco di tempo il mercato cresceva del 9%, da noi calava del 20)

Ma non è finita: è anche l’anno che la Ricordi, l’ultima grande casa discografica italiana, un pezzo di storia che va da Verdi in poi, vende alla BMG il 73% del pacchetto azionario.

La SIAE diffonde la notizia che, stando ai pezzi da lei licenziati, le musicassette, date per moribonde qualche anno prima, coprono ancora la maggioranza del mercato (55%)

    1995: La FIMI dichiara 45.304.000 pezzi venduti: mentre il mondo e l’Europa fanno registrare dati positivi (rispettivamente +11% e +8,1%) l'Italia cala del 1,1%

Si fa sempre più un gran parlare della musica via Internet e ciò che per ora un po’ tranquillizza i produttori è che la qualità della musica ascoltata via rete non ha il suono di quella del CD (lo sarà solo con il formato MP3). Si diffondono sempre più le comunità di fans che costruiscono siti autonomi dedicati ai propri beniamini. Si registrano anche i primi passi del commercio via rete, anche se Italia sono al momento solo 60.000 ad aver accesso a Internet.

Hit parade: viene adottata una nuova classifica FIMI/NIELSEN con nuovi criteri (rilevazioni a fibre ottiche sui pezzi realmente venduti in 250 punti scelti) Questo non varrà a risparmiarla da critiche future (v. 2002) soprattutto da parte delle etichette indipendenti perché la FIMI rappresenta le grandi majors e tenderà a “pilotare” le classifiche.

In Francia, dalla quale comincia la rinascita dei singoli (+39%), un legge stabilisce che il 40 per cento delle canzoni trasmesse sulle onde dovrà essere cantata nella lingua di Molière e metà di questa quota dovrà essere appannaggio di novità e di giovani artisti. Contemporaneamente il ruolo della musica americana comincia ad incrinarsi: in un decennio la sua quota sul mercato mondiale è scesa dal 50 al 33%: ascendono all’olimpo divi europei (la musica europea è la più comprata al mondo), latini e orientali.

    1996: Guerra di cifre tra SIAE e FIMI: La Società Italiana Autori ed Editori (che licenzia con il suo bollino ogni copia di qualsiasi supporto musicale ed editoriale) afferma che le multinazionali ricoprono solamente il 40% dell’intero mercato, che per la maggior parte è invece conquistato dalle etichette indipendenti e dalle autoproduzioni (specialmente per la numericamente importante area del liscio). La FIMI, che rappresenta le majors, oppone le sue cifre che parlano di un 80% di preponderanza. In ogni caso è ancora in flessione il mercato: ancora un –2,8%, mentre cresce il fatturato (+4%). Come a dire che l’Industria compensa le minor vendite con un maggior prezzo d’acquisto: non a caso il 1996 è l’anno che si fanno più roventi le polemiche sul caro-CD, arrivato a 38.000 lire. Nell’ottobre, al I Salone della Musica di Torino, Roberto Galanti della Emi dichiara: “La discografia italiana sta raschiando il fondo del barile”.

Sempre in Italia per la prima volta le 5 majors vengono prima indagate e poi multate dal Garante per l' Antitrust Giuliano Amato per un ammontare di circa 8 miliardi. L' accusa mossa a Bmg, Wea, Sony, Emi e Polygram è identica a quella che sarà qualche anno dopo sollevata dagli americani: un accordo di cartello per controllare il prezzo dei cd. Il lupo perde il pelo…

Il mondo musicale italiano saluta la nascita del P.I.M. (Premio Italiano della Musica) che si candida autorevolmente al titolo di “Grammy italiano”.

Negli USA si diffonde la prima Radio che trasmette esclusivamente via Internet.

    1997: 650 miliardi di lire il fatturato annuale in Italia.

MTV copre l’intero territorio nazionale trasmettendo sulle onde di RETE A, innescando il processo di crisi dell’italiana Videomusic (prima risucchiata da TMC2 e poi coinvolta nelle beghe del gruppo Cecchi Gori ). Sempre sul fronte “musica da vedere” sul mercato americano viene lanciato il DVD. Da noi arriverà l’anno seguente. In pochi anni il prezzo del lettore scenderà dal milione di lire ai 70-80 euro, gli stessi dischi DVD costeranno sempre meno in quella spirale virtuosa che mancò al CD.

Brutte notizie dal fronte fiscale: la dura Finanziaria “per l’Europa” riforma l’I.V.A. su tre livelli (4, 10 e 20%) e il Cd, che stava al 16, “naturalmente” sale al tetto più alto (con vino, abbigliamento, calzature…), cosicché il costo schizza in alto. In sette anni l’IVA è salita dal 9 al 20%.

Prince vende solo in rete l’ultimo “Cristal ball” e sembra indicare una nuova strada per scavalcare l’industria discografica.

    1998: Scende ancora la quota procapite di dischi acquistati annualmente in Italia: solo 0,7 a testa. E’ un industria in crisi che cerca rilanci velleitari, tipo gli imbarazzanti nuovi “musicarelli” di Laura non c’è e il Jolly Blu di Max Pezzali, candidati autorevoli a nuove icone del trash.

Exploit di Andrea Bocelli, n° 1 in USA

    1999: A posteriori appare un anno cruciale: si diffondono i primi masterizzatori da PC, una pacchia per la copia privata, ma anche il rivoluzionario MP3 (creato dall’italiano Leonardo Chiariglione) un programma musicale che, permettendo leggerezza e qualità assimilabile al CD, diventa in brevissimo tempo lo standard mondiale per la diffusione di musica in Rete.

La Sony è la prima delle majors a intuire il potenziale delle nuove tecnologie e a vendere files musicali in Internet.

    2000: Panorama USA in 4 mosse:

  1. 6,7% delle vendite
  2. Megafusione AOL-WARNER-EMI: il mercato mondiale è sempre più concentrato nelle mani di pochi che controllano in sinergia musica, cinema, TV, pubblicità, sistemi audio ecc. ecc.
  3. Negli USA le majors vengono accusate e poi condannate per aver artificialmente di comune accordo tenuto alti i prezzi dei CD. Maximulta di 118 milioni di $ anche a MP3.com.
  4. Prime beghe per Napster e per i suoi 22 milioni di utenti: assediato dalle cause intentate dalle multinazionali è prima costretto alla chiusura, poi all’accordo con la BMG. E’ una vera rivoluzione: d’ora in poi dal suo sito si potranno scaricare files musicali solo pagando una quota, parte della quale va alla stessa BMG. Restando in tema ma guardando all’Italia, la SIAE emette una licenza speciale per aprire on line una propria bottega di dischi. Sui giornali è un continuo parlare di imminente “morte del CD” ed in effetti per l’Italia si profila un vero tracollo: nel 1° semestre perde quasi il 10%, per un totale semestrale di quasi 22 milioni di pezzi (2.300.000 meno del 2001). La FIMI si scaglia (guarda un po’ l’originalità…) contro Napster ed i pirati.

19 dicembre- data storica per la discografia italiana: “Stile libero” di Eros Ramazzotti è per quella settimana l’album più venduto al mondo (2 milioni e mezzo di copie).

Una nuova legge sul diritto d’autore inasprisce le pene per chi pirateggia (multe di 30 milioni, reclusione fino a 4 anni) e anche per chi compra dischi falsi.

Ma diamo un occhiata al grafico fornito dalla FIMI (che, ricordiamolo, non rappresenta però tutto il mercato italiano) in cui vengono comparati a valore gli ultimi 8 anni:


Ribadiamo che è una statistica a valore, cioè in dindi sonanti, e non a volume (cioè i pezzi venduti). E già che ci siamo anticipiamo che l’anno dopo la flessione del 2000 si accentuerà. Cosa c’insegna? Che la politica del prezzo alto dei CD ha dato i suoi cinici frutti economici. E che solo quando il cavallo comincia a morire (biennio 2000/2001) si è cercato di trattarlo un po’ meglio.

    2001: Ancora brutte notizie vengono dalla SIAE: -3,11% di pezzi immessi sul mercato. Ma anche altrove non si ride:la discografia USA, la più colpita dal downloading gratuito, annuncia una ennesima flessione del 7% circa. Il resto del mondo fa registrare performances del tutto simili.

Il disco in vinile, ormai confinato al mercato dei collezionisti o ad emissioni speciali, compie 100 anni: il primo disco in polivinile fu infatti creato da Guglielmo Marconi nel 1901, la prima incisione musicale è dell’anno seguente con alcuni brani operistici cantati da Enrico Caruso.

    2002: La discografia italiana si produce in un positivo colpo di reni: finalmente alcune Case cominciano ad attuare una politica diversificata riguardo i prezzi dei CD, molti dei quali vengono proposti in collane a medio e basso prezzo (la Universal lancia la provocazione dei dischi di catalogo storico a 5 euro). I dati dell’annata fanno registrare un + 7,43% a volume e un +0,54% a valore. Significa che si sono venduti molti più dischi a un prezzo molto più basso, in particolare è cresciuto il CD-album e, dopo anni di declino, la classica (+6%). Soprattutto è in esplosione il mercato dei DVD (93% a valore, 47% a volume). Il dato generale a valore, seppur minimo (il già ricordato +0,54%) è comunque incoraggiante, se si pensa che lo stesso 2002 pare sia stato un annnus horribilis nel mondo: la flessione a valore complessiva è stata del –7%, negli USA -12%, in Europa del –16%, in Gran Bretagna del –3% (interrompendo un lustro di trend positivo).

In Italia si continua comunque a comprare meno di un disco a testa, contro i 4,2 dei britannici e i 3,3 dei statunitensi, per esempio. Da un’analisi risulta che buona è la quota di musica italiana consumata nel nostro paese, fra le più alte se si escludono gli USA (il 93% della musica che ascoltano è roba loro, poracci…). Risulta anche che l’Italia è fra i primi paesi in rete (quarta al mondo con oltre 18 milioni di connessi) e settima per downloading di files musicali. Ma il consumo di musica fa non è solo virtuale: AssoMusica, che raccoglie alcuni delle maggiori agenzie di produzione di musica dal vivo, comunica che rispetto al 2001 ha avuto un incremento del 30% di biglietti staccati.

I dati SIAE confermano i segnali di fiducia + 1.27% per un totale di quasi 110 milioni di pezzi emessi. Ma visto che i dati SIAE, complessivi ma anche non facilmente leggibili (c’è dentro di tutto, dagli U2 all’ultima cassetta del più sguaiato gruppo liscio, al più triste pianobarista che registra la sua voce su basi da karaoke e ci fa un Cd con legale bollino SIAE), e che per questo li ho un po’ trascurati, rimedio con la tabella sottostante rubata senza ritegno a “Musica e Dischi”

 


 

Guerra delle charts: Marco Marsali, presidente della CMI (Confederazione della Musica Italiana), espressione di alcune case indipendenti, accusa le majors di pilotare le classifiche per influenzare i gusti.

    2003: La SIAE fa approvare un tassazione aggiunta di 29 centesimi/pezzo per i supporti vergini (CD e videocassette) come rimborso forfettario per il diritto d’autore eluso.

Novità dal fronte legislativo: il Governo è in procinto di presentare un progetto di legge di riassetto del sistema musicale italiano. Fra le proposte: IVA al 4% e sistema di protezione radiofonica della musica italiana sull’esempio di quella francese. Contemporaneamente (ottobre ’03) anche l’opposizione presenta un ordine del giorno in cui si impegna il Governo e quindi l’Europa a ridurre l’IVA sui dischi.

Altri dati, non musicali, proveniente a inizio dicembre da altre fonti, a proposito delle connessioni a Internet confutano quelli dell’anno prima: parrebbe che l’Italia sia solo ventiduesima nel mondo e ultima in Europa (me pareva ‘nfatti), va’ a sapè chi c’ha ragione…

(2- continua)

              Andrea (K) CAPONERI
email: andreacaponeri@tiscalinet.it

 

REDAZIONE di ALENAPOLI.Net

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