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FUORI dalla FINESTRA

 
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LA DISCOGRAFIA ALLA VIGILIA DELL'ESTINZIONE
Ipotesi per un salvataggio in extremis
di Andrea (K) CAPONERI

Fletto i muscoli e sono nel vuoto !
LEO ORTOLANI, Ratman

CAPITOLO TRE
I cd COPIATI SOGNANO PECORE ELETTRICHE ???

     Mi affaccio dalla finestra e dò un’occhiata fuori. Pare proprio che la musica viva di questi tempi davvero degli stranges days.

Non è mai stata così al centro dei nostri interessi, così intorno a noi, così presente in ogni minima cosa che facciamo, dalla spesa al supermercato alle telefonate con segreteria annessa che ci prega di attendere sulle note di “Imagine”, commento per filmati di tragedie epocali o sottofondo per il culo delle veline. Ancor più, la musica probabilmente non è mai stata tanto cercata e consumata, così braccata tra le clandestine pieghe delle rete telematica, o tra piazze, locali, teatri. Nonostante ciò il disco non è mai stato tanto vicino all’estinzione. Pare proprio che la meteora della modernità, proprio mentre lo moltiplica in tanti cloni qualitativamente indistinguibili dall’originale, lo renda sempre più fragile e precario.

Chi ha letto e amato quel gran genio che è stato Philip K. Dick, oltre ad aver ricevuto una gomitata di complicità dal titolo del capitolo, si sarà formato spalle teoriche abbastanza larghe da saper leggere (e reggere) questi anni di cloni, di giochi di specchi che tracciano l’infinito. Tornando a noi, è giocoforza spiegare subito che problema della disco-copia in sé non è nuovo, ma inediti appaiono alcuni termini della questione, una questione che parte da una quarantina d’anni fa. Fino a metà degli anni ’60 i discorsi stavano a zero: se volevo possedere della musica non potevo fare altro che acquistare il disco o accontentarmi di ascoltarla alla radio, in TV, o dal juke box. Ma dal ’65 qualcosa cambia. In Italia comincia a muovere i suoi primi passi una grande novità, il nastro preinciso. Gli addetti ai lavori non tardano ad allarmarsi. Infatti, se da una parte il nastro (nella prima sua veste di cartuccia STEREO 8, e ancor più in quella successiva di musicassetta) permette un aumento della fascia di mercato, dall’altro, a partire dal ’68, come riporta De Luigi, ne rosica a poco a poco importanti fette, sia per colpa dei “pirati” che rivendono illegalmente le copie a prezzi più bassi, sia per la diffusione della copia privata man mano che si diffondono negli anni ’70 gli Hi-Fi compatti che permettono la registrazione diretta dall’LP alla cassetta e poi da cassetta a cassetta. E’ da allora che ha cominciato a rappresentare un vero spauracchio, tanto che l’AFI per diverso tempo si battè per una legge antipirateria, sforzo che poi sfociò nell’81 nella cosiddetta “legge dei tre anni” (pena massima di reclusione per falsari e commercianti di registrazioni pirata). E così via fino ai nostri giorni tra indignazioni e solenni prese di posizioni politiche. Alla fine della fiera i “pirati” per anni hanno continuato bellamente a corsareggiare agli angoli delle strade, indifferenti a ogni rischio e pena, e questo per la semplice ragione che il loro restava e resta ancora un mercato altamente redditizio. Nel corso degli anni ’80 è quindi tutto un susseguirsi di grida di allarme per i buchi sempre più grandi che il topi illegali facevano nel formaggio della musica: 1/3, addirittura poi la metà del giro d’affari complessivo, sarebbe stato in mano ai falsari e alla malavita che spesso c’era dietro muovendo i fili con le sue rapaci manone. L’urlo di dolore era universale ma c’è da dire che in gran parte delle indagini l’Italia risultava il primo paese per copie contraffatte, forse solo oggi surclassata dall’industria asiatica (ho visto certi Cd falsi di Taiwan con tanto di sciccoso libretto interno in carta lucida...). Fra le ragioni di questo primato sono sempre convissuti vari elementi, dall’alto costo dei prodotti ufficiali, all’indulgenza delle forze dell’ordine che molto spesso passavano sopra con bonomia davanti alle bancarelle palesemente abusive, alla non percezione del reato da parte di chi acquistava, al prevalere della logica del pate e famiglia che per portare a casa qualcosa da mangiare si arrangia come può, sempre meglio che rubare. Certe volte, specialmente al sud, si arriva a dei teatrini dell’assurdo: i fans che ai concerti si fanno vergare l’autografo sulle copie pirata, le compilation tarocche con la griffe di garanzia del falsario (“mixed by Erry”) a sua volta contraffatta da altri falsari in un borgesiano gioco degli specchi, i cantanti che passano davanti alle bancarelle con i venditori che implorano loro di fare un disco nuovo quanto prima, che gli affari vanno male dottò…

Rispetto al passato, gli anni ’90 hanno segnato una svolta notevole, perché il progresso che ha consentito l’avvento del CD e l’espansione del mercato (la storia si ripete…) ha anche da lì a poco avuto come conseguenza lo sviluppo della tecnologia che ha permesso di duplicare i CD musicali (e non solo), con un impatto straordinario, anche filosoficamente (per usare una parola grossa), sul mondo del falso: dal punto di vista della qualità dell’ascolto la copia si è resa identica all’originale. Le cose si sono ancor più complicate a fine decennio, quando la grande rete di Internet ha occupato da assoluta protagonista il grande scenario musicale, soprattutto dal ’99 in poi quando l’MP3 si impone come standard per scaricare, a qualità pressoché perfetta, musica dal proprio computer.

Tra CD falsi comprati al mercato nero, in realtà ormai parte integrante di parecchi mercatini legali, tra CD masterizzati a casa per uso personale, tra CD figli dell’ADSL e del download 24h/24 di canzoni e spesso di interi album scaricati a uffa dalla rete, la nostra vita è circondata da copie che ci sparpagliamo attorno. Come dicevamo poco fa, la copia è da un po’ che ci accompagna, visto che ha cominciato a fare la sua porca figura a inizio anni ’80 con i nuovi sistemi di riproduzione alla portata dei giovani. Lo stesso De Luigi annotava nell’82 che nonostante ciò "la maggior parte degli appassionati non rinunciava alle garanzie offerte dal prodotto originale: la qualità dell’ascolto e i meriti della confezione sembrano essere due componenti essenziali per proteggersi dall’offensiva (della pirateria e della copia privata, n.d.r.)”. Come è facile vedere questi due elementi hanno assolutamente perso la loro centralità con il trionfo del CD, all’inizio altamente ripagante in termini di fatturato, oggi autentica zappa sui piedi per l’industria discografica (d’altra parte, a onor del vero, pochi potevano, a metà anni ’80, prevedere il boom del PC domestico e della masterizzazione a portata di clic). Difatti da una parte la qualità del CD-copia, disfunzioni permettendo, è uguale all’originale, dall’altra la stessa confezione del CD originale, con la copertina ridotta a 1/6 del vecchio 33 giri, con la plastica al posto del cartone, con foto formato-tessera all’interno, non affascina più nessuno, non dà più il piacere tattile ed olfattivo che per molti faceva la differenza (ditemi, vi scongiuro, che non ero l’unico pervertito che di soppiatto odorava l’interno dei dischi…).

E così eccoci qui, anzi eccoli tutti lì, a dirci che non è proprio uguale, che così si ammazza la musica, che l’originale è tutta un’altra cosa. Ma se chiediamo loro che senso abbia parlare di originale nel caso di un CD prodotto in un milione di copie uguali, forse tentennerebbero nel rispondere. E d’altra parte, non sono forse le nostre case, i nostri uffici, i nostri locali notturni, un trionfo della copia? O qualcuno di voi ha in casa la vera Gioconda, il vero Urlo di Munch, il vero Bacio di Klee o i veri affreschi di Michelangelo? Tutto considerato, e soprattutto soppesata la paghetta settimanale, perché mai un ragazzo dovrebbe scegliere l’originale, a meno di non voler addolorare gente come i Pooh e Amedeo Minghi, protagonisti di un’epocale iniziativa della SIAE nella quale alla guida di una ruspa distruggevano cataste di falsi con incedere di cavalieri dell’apocalisse (di cui l’ultimo, ricordiamolo, è pallido)? Cosa gli diciamo a quel ragazzetto, compra l’originale sennò i Pooh piangono?

Di fronte a cotanto scenario le armate che finora la discografia ha dispiegato sul campo di battaglia avevano le seguenti
missions:

a) bloccare NAPSTER che permetteva scambi di canzoni e interi LP da internet e predisporre siti con file musicali a pagamento.

b) combattere la pirateria con messaggi e slogan pubblicitari (tra l'altro decisamente scema la striscia del tipo mitico Rocco Tarocco), con multe per chi acquista CD tarocchi e forze dell’ordine sguinzagliate per ogni dove.

c) immettere sul mercato CD originali con codici che non ne permettono la masterizzazione.

Tutto questo gran da farsi ha avuto come esito gli stessi risultati che otterremmo se pretendessimo di annegare un elefante con uno sputo. Le ragioni del fallimento stanno tutte nel fatto che finora la grande industria ha cercato delle colpe solamente fuori di sé (i Barbari sono da sempre un’ottima scusa, insegnava Kavafis), per lo più rifiutandosi di darsi una guardata dentro e vedere se c’è davvero del marcio in Danimarca.
Nell’ordine:

a) morto Napster, il primo grande mostro inviato da Vega a rompere le lucrose uova nel paniere, subito altre comunità virtuali (prima Gnutella, ora KaZaa ed altre ancora) hanno preso il suo posto. Questi siti internet, che in realtà sono delle comunità peer to peer (scarico ciò che mi interessa da un altro utente come me in quel momento collegato) possono nascere o trasformarsi in breve tempo e per questo sono difficili da arginare. D’altronde, anche dal punto di vista legislativo la faccenda è ingarbugliata perché esse non fanno altro che mettere in contatto della gente che dichiara di avere un certo album o canzone. Poi affari loro. Ma anche accettando l’ipotesi di reato, non è certo cosa da niente rintracciare tutti coloro che scaricano illegalmente. Qualche volta, specialmente negli USA qualche sceriffo si fa prendere dall’orgasmo mediatico e ne punisce uno per educarne cento, con il ridicolo risultato di condannare ragazzine dodicenni a pagare una multa di qualche migliaio di dollari solo perché ha scaricato una canzone di Britney Spears o Eminem. E questa non è una battuta: è successo davvero pochi mesi fa. Ma a parte i gesti plateali e simbolici, se lo stesso reato è compiuto ogni giorno, e più volte al giorno, da 22 milioni di persone (dico per dire, erano 22 milioni quelli di Napster, ora saranno anche di più) si può davvero pensare a una repressione che abboa le minime chances di successo? Stando così le cose, qualunque ragazzino che se ne intenda un po’ di PC e di Internet (certo più di me) può in poco tempo avere sul suo computer e da lì, volendo, su CD, tutta la musica che vuole, a volte addirittura prima che venga venduta nei negozi. Una storiella istruttiva di come l’industria discografica sia inerme, o per meglio dire sempre un passo indietro, rispetto al pirataggio telematico ce la racconta The Raven (nom de plume, suppongo) dalle pagine del mensile “Music club”, giornale caotico e bislacco, ed entrambi gli aggettivi sono da intendersi come pregi. Lo riporto paro paro sia perché il tipo è bravo, sia perché così mi riposo alla faccia sua: “Che Madonna sia un bel tipino non lo si scopre oggi. Miss Ciccone ha pensato bene di non aspettare che le parole dell’industria discografica si tramutassero in fatti ed ha iniziato a combattere da sola la pirateria in rete. Per il lancio dell’ultimo disco American life (by the way: prima ha distribuito un videoclip contro la guerra, poi- vista l’incazzatura di parecchi americani- ha pensato bene che fosse il caso di sostituirlo con quello brutto assai, ma più conciliante, con le bandiere di tutto il mondo che fanno da sfondo; e per questo si è pure beccato un “vigliacca” (Shakira!). La star ha fatto diffondere online, sui siti più seguiti tra quelli dove poter scaricare musica a sbafo, un file chiamato come l’ultimo suo album. Una volta scaricato, il “pirata” sentiva al posto della musica una frase che diceva “What the fuck do you think you are doing” (“Che cazzo pensavi di fare?”). La risposta degli hackers non ha tardato; hanno assalito il suo sito ufficiale in massa e per un po’ di tempo, a chi si collegava compariva solamente la scritta “Ecco quel cazzo che pensavo di fare!” ed un link dove si potevano scaricare tutte le canzoni dell’ultima fatica di Madonna”.

b) La pubblicità sociale che bacchetta i bambini cattivi che non comprano l’originale, con tutta evidenza è uno starnuto nell’uragano: conoscete uno spot che sia in grado di convincere un ragazzo con le sue, immaginiamo, relative finanze, a dover spendere per lo stesso CD 20 euro (e qualcosa di più in qualche caso) invece di 4 (costo medio di un CD tarocco)? E chi può dargli torto? Inoltre il mercato dei CD falsi è talmente fiorente e vantaggioso economicamente che per quanto lo si stronchi prende sempre più piede (ogni CD pirata non raggiunge i 50 centesimi di costo di produzione, quindi viene venduto a 6 volte tanto: conoscete un’altra merce, a parte la droga e la birra media in certi pub criminali, che in un solo passaggio renda così bene?)

c) I CD con il codice anti-masterizzazione che il PC non riesce a duplicare sono del tutto inutili, servono solo a incasinare le cose. Ma spieghiamoci meglio anche a beneficio di chi non fosse al dentro della questione, gli altri possono pure passare oltre. Allora, comunemente per masterizzatore noi pensiamo a un optional del Personal Computer, esterno o interno ad esso. I costi di questo apparecchio che permette la copia perfetta su CD di un album musicale sono assai ridotti, ormai si sta ampiamente al di sotto degli 80 euro, tanto che oramai è diventato elemento standard del computer stesso, praticamente un requisito minimo. Vale a dire che nel giro di due, massimo tre anni (considerando il vorticoso ricambio generazionale dei sistemi informatici), ogni ragazzino italiano avrà in casa un aggeggio per copiare CD (audio, CD rom, dati vari). Ma già a tutt’oggi c’è una parte non indifferente che può fare agilmente questa operazione (a titolo di statistica del cavolo: praticamente tutti i miei conoscenti trentenni che hanno un PC e che ascoltano anche solo un po’ la musica hanno il masterizzatore), e a un costo veramente irrisorio: il CD vergine su cui copiare quello di origine costa veramente poco, dai 50 centesimi in su, anche se recentemente la SIAE ha imposto una tassa suppletiva a risarcimento dei supposti diritti d’autore per cui il prezzo è destinato a salire, e in qualche caso è già così (lo stesso vale per le VHS), anche se comunque si starà comunque ampiamente al di sotto dell’euro (parlo del CD vergine di qualità media). Vale a dire che il ragazzino di cui sopra risparmierebbe ancora di più se invece di comprare il CD pirata trovasse un conoscente che gli presta il suo (originale o copia non importa, abbiamo già detto che, molto postmodernisticamente, la distinzione in tal caso non ha senso), così invece che 20-21 euro ne spenderà appena 1, ivi incluso il rischio di qualche episodico Cd “bruciato”. Poi, se fosse particolarmente affezionato alla “confezione” ecco il nostro fanciullo che in 3 minuti scarica dalla rete la copertina del CD e i testi delle canzoni. Olè. Per impedire tutto ciò, e anche per rendere la vita più difficile alla pirateria, ogni tanto rispunta fuori qualche genialoide che proclama la furbata: inserire nel CD originale un codice, un dato errato, che ne impedisca la duplicazione (non chiedetemi di più, anzi mi scuso delle varie imprecisioni in campo informatico ma non è decisamente qui che mi guadagnerò il Paradiso). Con conseguenze curiose: per esempio su “Musica” di Repubblica di un paio di anni fa un tipo si lamentava del fatto che aveva comprato il CD originale dell’ultimo album di Max Gazzè. Spese le sue belle 40.000 lire, o giù di lì, il tipo è tornato a casa tutto contento e si è disposto all’ascolto, ma pare che il suo lettore CD non volesse saperne di leggere il supporto in questione. Eppure con gli altri Cd funzionava. Il tipo è allora tornato al negozio per il cambio o il rimborso sottolineando che il compact era evidentemente difettoso. Il venditore l’ha inserito nel suo lettore e invece la musica si sentiva a meraviglia. Cosa era successo? Che il dispositivo antimasterizzazione evidentemente non permetteva ad alcuni vecchi lettori CD (e in questo campo basta qualche anno per essere preistorici) di leggere il compact disc. Ma il venditore non aveva colpa, sul suo si sentiva, quindi non ha potuto rimborsare lo sfortunato acquirente che non avrà mai potuto ascoltare il suo Gazzè, se non da amici più moderni o acquistando un altro lettore Cd nuovo, fino alla prossima diavoleria che lo renderà ben presto obsoleto. E via che gira l’economia. Un’altra storiella edificante (oggi mi sento una vena alla Mr. Higgins) la racconta in rete sul sito Apogeo l’esperto Paolo Attivissimo. Allora, poco tempo fa la BMG, uno dei 4 colossi mondiali, annuncia trionfante di aver fatto sviluppare dalla società SunnComm un nuovo e blindatissimo sistema anticopia, dal nome cinematografico di MediaMax CD3, che a dire della casa produttrice assicurava “un livello incredibile di sicurezza”. Il primo album destinato a inaugurare questa nuova era è stato “Comin’ from where I’m from” di Anthony Hamilton, forse perché il titolo potrebbe alludere all’autobiografia di un file duplicato, azzardo. La società belga fornitrice del software anticopia assicurava anche, in un compiaciuto comunicato stampa, che “i prodotti MediaMax CD3 hanno superato tutti i test e dimostrato la conformità agli standards più severi”. Per farla corta, per farla breve, arriva un giovanotto, non un bastardo hacker ma uno studente di informatica dell’Università Princerton, che nell’ambito dei suoi studi, si prende la briga di verificare se davvero quel sistema, orgoglio delle menti migliori della SunnComm, quotatissima società di fama mondiale, è così impenetrabile. Il giovanotto, per la cronaca un certo Halderman, si compra il Cd originale di Anthony Hamilton e lo studia un po’. Si accorge facilmente che il sistema anticopia si basa sul fatto che i nostri computer sono dotati del sistema autorun, quello per il quale quando inseriamo nel nostro PC un CD capita che questo parta da solo. Il CD protetto da MediaMax CD3 attraverso l’autorun attivava un software che disturbava l’acquisizione del segnale audio digitale, consentendone la riproduzione ma non la duplicazione. Allo studente di Princeton non è rimasto che inserire il CD tenendo il tasto delle maiuscole pigiato, che altro non è che il sistema usato per disattivare l’autorun, come spiega anche il manuale online di Microsoft, per poi procedere tranquillamente alla masterizzazione del CD (se fosse nato a Livorno facile che poi avrebbe spedito la copia alla stessa BMG con i suoi omaggi…). E voilà che con una semplice pressione di dito è stato scardinato “l’incredibile sistema di sicurezza”, con conseguente tracollo in borsa della SunnComm. Così finisce quella che non a torto lo stesso Attivissimo chiama “farsa”. Fuori dalla contingenza: non esistono ancora, e chissà se esisteranno mai, sistemi anticopia assolutamente sicuri (non lo sono i sistemi di protezione della NASA, figuriamoci quelli di un Cd).

Ma ammesso anche che si risolvano il tipo di inconvenienti in cui è incappato quell’incauto acquirente di Max Gazzé, (o che più probabilmente ce se ne strafregasse del nostro sfortunato amico di cui sopra e dei relitti storici come lui), e concesso anche che per ipotesi si progettasse un sitema anticopia davvero impenetrabile, c’è un altro motivo che rende impossibile l’impedire la copia CD. Qualcuno dovrebbe ricordare ai cervelloni delle majors che esistono anche i masterizzatori audio, quelli che lavorano insieme all’impianto stereo e non attraverso il computer. Non sono nulla di diverso, concettualmente, dalle vecchie piastre per registrare in cassette LP o CD o altre musicassette, funzionano allo stesso modo. Non sono al momento molto diffusi, costano qualcosa di più e anche i CD vergini hanno un prezzo più alto, da 1,50 euro in su, ma in caso di ulteriore richiesta i prezzi scenderebbero notevolmente. Questi masterizzatori non trasferiscono bytes, cioè dati informatici, ma solo segnale audio, per cui non possono essere ingannati dall’eventuale codice guastatore del CD originale. Inoltre la stessa copia così ottenuta può essere a sua volta copiata dai comuni masterizzatori per PC. Insomma, questa strada non porta a nulla: nessun problema per i pirati che continueranno tranquillamente a taroccare i loro CD, al massimo prendendosi il disturbo di fare una prima copia dal masterizzatore audio, qualche fastidio in più per i ragazzi che dovranno spendere qualcosa in più, e quindi per i genitori che scuceranno il conquibus. Di certo, comunque, non si risolve la questione. Per echeggiare Walter Benjamin, nell’epoca moderna l’opera d’arte, a maggior ragione quella musicale, non solo è riproducibile ma addirittura è replicabile all’infinito in copie perfettamente identiche all’originale e a costo praticamente uguale allo zero o poco più. Ha senso, oggi, parlare di originale? O meglio, chiediamoci: chi e in che caso compra ancora i Cd originali?

1)      Chi deve comprare un regalo in occasione di qualche ricorrenza. In effetti presentarsi con la copia non è propriamente elegante… ci sono fidanzate che su questo possono essere molto suscettibili.

2) Gli over 45, che spesso non sanno masterizzare CD e non conoscono nessuno che lo sappia fare per loro (ecco spiegata una parte del successo di vendita di un Celentano, o dei Nomadi, per esempio).

3) L’appassionato sfegatato che per godersi la musica del proprio beniamino non vuole aspettare i giorni necessari a trovare un amico con l’originale, né l’extracomunitario con quello piratato (che, tra l’altro, nei piccoli centri non esercita granchè).

4)      Il cultore di musica di nicchia, in aggiunta ricco del suo, che ascolta musica per pochissimi, preferibilmente solo per lui, per cui o CD originale o ciccia.

5)      Chi vuole bene a un artista e gli fa piacere, ogni tanto, rendere onore al suo lavoro e a quanto di emozionante c’è in quello che fa e ha fatto, per cui, a prescindere dalla possibilità di reperire in un modo o nell’altro un certo CD, preferisce comprarlo e sentirsi con la coscienza a posto. In genere sono gesti tanto nobili e belli quanto rari (non sono così tanti i cantanti che ti scombussolano la vita, e in genere sono quelli che pubblicano più di rado) anche perché devono essere in congiunzione astrale con finanze floride, sennò pazienza, vorrà dire che per oggi la musica la salverà qualcun altro.

Abbiamo detto, come da molti si fa da tempo rilevare, che una delle leve determinanti nella lotta alla pirateria, e in parte alla copia privata, è rappresentata dal costo abnorme della più parte dei supporti fonografici “ufficiali”. E dunque, visto che siamo curiosi, andiamo a conclusione del capitolo a sbirciare un po’ come vanno le cose. Nel decennio ‘70-‘80, anni di inflazione galoppante, il costo di acquisto dei dischi era aumentato assai di meno rispetto al costo della vita (più 250% a fronte di un 400% complessivo). E infatti anche questo era stato un fattore positivo che aveva portato all’aumento di vendite del decennio. Oggi le cose stanno un po’ diversamente: già nel ’96 sul quotidiano “La Repubblica”, e su altri ancora, si poteva leggere: "L' inflazione ha portato in cinque anni un aumento del 52,7 per cento del prezzo dei dischi, a fronte del 20,4 per cento di libri e giornali e del 29,4 per cento del biglietto del cinema. La musica sta perdendo in competitività. E' inoltre credibile che il percorso inflattivo del CD abbia prodotto una sorta di tradimento nelle aspettative del pubblico: storicamente l' avanzata tecnologica ha sempre visto scendere i prezzi dei nuovi prodotti. Ciò sorprendentemente non si è verificato nella musica". Da allora le cose non sono molto cambiate, il CD cresce a dismisura (oltre i 21 euro in qualche caso) e soprattutto continua a costare caro come ai primissimi tempi, quando in qualche modo il prezzo sensibilmente più alto (dal 40 al 50% rispetto agli LP dell’epoca) era giustificato dal costo dell’innovazione e dal mercato ancora ridotto. Ora, come sappiamo, ben presto il CD conquistò trionfalmente il mercato e già a inizio anni ‘90 relegò in un cantuccio il glorioso vinile (io stesso, che pure per l’oggetto disco ho una torbida passione, ho acquistato l’ultima novità in vinile, “Parnassius Guccinii”, nel 1993). Ci si sarebbe aspettato, di conseguenza, un sensibile calo del costo di vendita, cosa che puntualmente non è avvenuta, se non per le serie economiche. Tutto ciò di fronte al fatto che, in sè, il supporto CD costa sensibilmente di meno del supporto disco, e così le relative spese grafiche e di trasporto. Nel 2002 era stimato (supporto+box+grafica) attorno ai 2 euro. Ergo: qualcuno ci ha mangiato sopra, e alla grande. Indovinato. Ma non era molto difficile. Quando qualcuno chiede spiegazione ai responsabili delle case discografiche, essi fanno spallucce, poi salgono sulla sedia come i bambini la vigilia di Natale e cominciano a recitare la litania che gli hanno insegnato a scuola. Prima spiegano per punto e per segno perché in Italia i CD costino troppo, tutti motivi che, of course, non dipendono da loro, ci mancherebbe: e i costi di magazzino, e i trasporti, e i mille passaggi da chi li fa a chi li acquista, e il problema delle rese, e i contratti miliardari che pretendono gli artisti più affermati, e l’evergreen dell’I.V.A. troppo alta, e il fatto che in un CD c’entra quasi il doppio della musica del 33 giri, quindi è giusto pagarla (ma chi te lo chiede di riempirmi di un Cd di 30 minuti di musica decente con un’altra quarantina da dare alle galline?) e la promozione (un tempo in un impeto di masochismo scrivevano sopra i dischi “Ticket TV”), e via salmodiando. Poi, con un mirabolante e fregoliano cambio d’abito di scena, si affannano a spiegare che non è affatto vero che in Italia i CD costino troppo, nossignori, e ci dicono: guardate la Francia, la Germania, l’Inghilterra, fate i paragoni ora che con l’euro è facile, e poi cifre alla mano, venite a farci le scuse. Ora, tutti sanno che in questi campi la matematica è, né più che meno, che un’opinione come un’altra, e che le cifre devono saper essere lette.
Quando ci dicono, per esempio, che in Germania un CD novità costa 23-25 euro contro le 20 italiane, ci devono anche dire che il livello di vita in Germania è più alto, sono più alti gli stipendi e di conseguenza il costo della vita. Quindi, al contrario di quanto ci farebbe supporre la cruda comparazione tra i prezzi, per un impiegato tedesco che percepisce 1800-2000 euro mensili quel CD costa sensibilmente meno di quanto costerebbe al suo pari grado italiano che si attesta sui 1000 euro di stipendio. Lo stesso giochino lo fanno quando ci citano la Francia, l’Inghilterra e gli U.S.A., tutti paesi con un costo della vita mediamente più alto del nostro, i soli che, guarda caso, vengono presi come pietra di paragone per convincerci che il caro-CD è solo una nostra impressione, anzi che dovrebbe costare di più.

Davvero, c’è in giro gente che ha il fegato di dire certe cose in pubblico.

(3- continua)

           Andrea (K) CAPONERI
email: andreacaponeri@tiscalinet.it

 

REDAZIONE di ALENAPOLI.Net

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