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FUORI dalla FINESTRA

 
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LA DISCOGRAFIA ALLA VIGILIA DELL'ESTINZIONE
Ipotesi per un salvataggio in extremis
di Andrea (K) CAPONERI

Fletto i muscoli e sono nel vuoto !
LEO ORTOLANI, Ratman

CAPITOLO QUATTRO
CHE FARE?

     L’interrogativo di Vladimir Ilic ci tocca tutti: se molte sono le cause della crisi, molte e articolate dovranno essere le risposte giuste e soprattutto diversi saranno coloro che sono tenuti a darle. Come Pirandello con i suoi personaggi ho aperto a tal scopo un ufficio dove abitualmente ricevo tutti gli uomini di buona volontà disposti a muoversi per fare andare le cose per il verso giusto, o più semplicemente disponibili a cercare di guarire il cavallo prima di pensare a sparargli per non farlo soffrire troppo, anche perché, a quel punto, da mangiare ci sarà ben poco.

     par. 1: “ BUONGIORNO, SONO UN DISCOGRAFICO: COSA POSSO FARE? ”

  1. Investire sui talenti e non sui replicanti androidi fatti in serie in Corea: la qualità alla lunga spesso paga: i CD di Dalla, Fossati, De Gregori, Bennato, PFM, Gaetano, Battiato, ecc a distanza di tanti anni continuano ad essere venduti, anche quelli pressochè ignorati al tempo della loro uscita. Sui long sellers si regge con i denti il bilancio di più di una casa discografica (o meglio: divisione italiana della medesima). Quanti tra gli exploit della scorsa primavera sapranno svernare? Fate caso a quante raccolte ci vengono propinate di questi tempi nelle diverse forme (raccolta vera e propria, con o senza inedito acchiappagrulli, nuove versioni di vecchi successi, dischi dal vivo normali, unplugged) e vendute attraverso diversi canali (dal negozio di dischi propriamente detto all’autogrill, dai Cd allegati a riviste, alle collane in edicola, ecc).
  2. Rendere il Cd un oggetto bello da avere (come il vecchio LP): ingrandire la copertina, inserire un libretto nel booklet, inventarsi qualcosa di originale che non può essere copiato: copertine apribili e smontabili (hanno fatto qualcosa di simile gli autoprodotti Acustimantico, tanto per dire…), effetti policromi e giochi di luce (tipo “Le nuvole” di De Andrè ecc…). Dove è finita la creatività degli anni ’70? Si è ridotta con i centimetri? E non sapete che non è la lunghezza a fare l’amante?
  3. Abbassare il costo dei CD, allo stato delle cose semplicemente assurdo, e non piangere sempre e solo sulla famosa I.V.A. da portare al 4%. Ammettetelo: è un modo per nascondersi dietro a una foglia di fico. Prima tagliare le altre spese: promozione selvaggia (tra video che costano come altre 10 produzioni, radio stipendiate, “Top of the Pop” e puttanate varie) che tra altre 100 promozioni selvagge in contemporanea finisce per incidere ben poco; spese di registrazione con studi megagalattici affittati per mesi, le decine di passaggi da produttore a consumatore, contratti scandalosi con gli artisti più famosi. Poi si parlerà di I.V.A. al 4%, e del disco in quanto prodotto culturale come i libri e compagnia bella. La maggior parte di coloro che oggi sbraitano in nome dell’artisticità della canzone giustificherebbero da soli un’I.V.A. ben maggiore: la tassa sulla coglionaggine di chi compra quelle cazzate (ma su questo argomento, anche a mitigare la villania, si veda comunque più sotto).
  4. Propagandare nuovi talenti includendo loro brani come traccia aggiunta ai Cd degli artisti di maggior successo della casa discografica (c’è un precedente storico isolato, quello dell’etichetta “Baracca e Burattini” che per un certo periodo prendeva due gruppi da essa prodotti e nel Cd di uno inseriva come ghost track, o traccia fantasma, una canzone dell’altro) e incoraggiando il “patrocinio” di personaggi più in vista verso giovani emergenti che meritano (apertura dei concerti, duetti, ecc). Quanto deve Samuele Bersani a Lucio Dalla? E Max Gazzè a Franco Battiato? E Capossela a Guccini? Davvero, provate a fare due conti: se, per esempio, la casa discografica di Eros Ramazzotti avesse messo, dopo la fine dell’ultimo disco del cantante romano, magari con un paio di minuti di “bianco” per separare bene le cose, una canzone di un giovane che voleva far conoscere, vi immaginate che ritorno promozionale avrebbe avuto questo ragazzo? Due milioni di persone che potevano ascoltarsi con calma e più volte quel suo pezzo! Se la canzone è bella, non è difficile credere che parecchi di loro faranno un bel pensierino a comprarsi l’intero CD dell’emergente. E tutto questo, badate bene, a costo zero.
  5. Considerando che anche in un regime di “buone pratiche”, il mercato per un certo tempo tenderà ancora a nicchiare e che la diffusione della copia privata o pirata è comunque un ottimo incentivo per la partecipazione agli spettacoli dal vivo, la casa discografica dovrà sempre più diventare anche impresaria e titolare del marketing del cantante, in modo da vedersi tornare indietro, sotto forma di incassi, quanto investito sul disco.
  6. Eliminare dai propri organici “artistici” chi non ci capisce una mazza di musica, chi non passa almeno 1/3 delle proprie sere a girare i locali dal vivo della città a sentire l’aria che tira. Cioè porre di nuovo al centro del proprio organigramma la figura del talent scout, del direttore artistico come una volta era inteso. Storicamente in Italia nel campo discografico la modernità prende piede nel 1980 quando avviene il “passaggio di consegne fra i pionieri della discografia tradizionale e la classe dei nuovi managers, che ne raccolgono la preziosa eredità integrandola con le discipline di oggi (marketing e merchandising in particolare)” (cfr. DE LUIGI). Sarà un caso, come no, ma gli anni ’80 sono stati il decennio di più brutta musica mai vista e sentita in Italia (tanto per restare stretti). Da chi prendere esempio? Da molti, del passato e anche del presente. Qui mi limito a fare alcuni nomi, i primi che mi vengono in mente, chiedendo scusa agli altri. Allora: prendiamo un Nanni Ricordi (RICORDI), un Vincenzo Micocci (IT), un Enzo Miceli (RCA), uno Stefano Senardi (oggi a capo dell’indipendente NUN), un Valerio Soave (MESCALl) un compianto Gianni Sassi (patron della prima vera etichetta indipendente italiana, la CRAMPS) e molti altri ancora che scommettevano su alcuni nomi perché ne intuivano le grandi potenzialità. Prendete ad esempio le etichette indipendenti, le uniche che al momento sono in controtendenza, cioè in fase di espansione. Le cosiddette “indies” sono gestite con criteri che alla managerialità, cioè l’esigenza di andarci almeno in pari, uniscono la passione e la coltivazione dell’artista di talento: non è un caso che proprio da questo sottobosco siano uscite alcune delle novità che, in ambiti diversi, sono state le realtà più vive del mercato degli ultimi 4-5 anni, dai Marlene Kuntz ai Verdena, dai Lunapop alle Vibrazioni (che poi hanno avuto una distribuzione e un marketing da majors), da Pacifico al recente exploit di Caparezza, da Daniele Sepe a tanti altri.
  7. Garantire ai responsabili un tempo minimo (almeno 3-4 anni) nel quale lavorare con tranquillità, senza l’assillo del fatturato annuale, dei tetti minimi di business da raggiungere sennò via a casa, cioè riprendersi il tempo che ci vuole per “crescersi” l’artista e dargli modo nel giro di tre- quattro dischi di maturarsi e di raggiungere risultati artistici e di conseguenza economici: negli anni ‘70 i primi dischi di Paolo Conte, di Franco Battiato, di Roberto Vecchioni e di tanti altri passarono pressochè invano sotto le orecchie del grande pubblico, vendevano, quando vendevano, pochissimo, e solo in una nicchia piccolissima, nessuno poteva pensare che avrebbero avuto successi da centinaia di migliaia di copie, eppure ci arrivarono perché qualcuno gli concesse di arrivare al terzo o al quarto disco (Battiato dopo gli inizi sperimentali dovette aspettare addirittura il nono album prima di essere un buon cavallo su cui puntare discograficamente). Ma senza andare troppo lontano, dite un po’: quelli che, pur tra non pochi attriti, hanno dato fiducia a Carmen Consoli, Vinicio Capossela e Daniele Silvestri e a alle loro rigorose scelte artistiche dopo le non miliardarie prove d’esordio, hanno fatto o no un affare? Se un prodotto di qualità è supportato, cioè fatto arrivare alle orecchie della gente, gran parte di quelle orecchie diranno alle mani di tirar fuori qualche euro dal portafogli e acquistare il CD. Ci sono un fracco di artisti validi pressoché ignorati dalla grande stampa, che magari suonano in posti piccoli davanti a 100 persone che non li avevano mai sentiti, e poi quella sera vendono 50 copie del CD: bastava che qualcuno dasse solo una chance a quella musica. Pensate al successo economico del “Buena Vista Social Club”. Il disco era uscito da un pezzo, quasi un paio di anni prima e nessuno, a parte le riviste specializzate, se l’era filato. E’ bastato il film-documentario di Wim Wenders, senza alcun marketing speciale, a immettere nel circuito della comunicazione quei personaggi e quella musica; oppure ponete mente a un Sergio Cammariere che quando è andato a Sanremo aveva il disco in giro da un anno buono, fino a lì un apprezzabile successo di nicchia tra gli ultimi soldati giapponesi della canzone d’autore (20.000 copie circa, se non erro), ma nulla in confronto a quello che è successo dopo: un trionfo popolare e lo stesso disco che viene ristampato balza addirittura al primo posto nelle classifiche, concerti sold-out e via dicendo.
    In definitiva, signori discografici, ve lo dico per il bene vostro e della musica: non investite sulle pucciottate, date una possibilità alla qualità (di qualsiasi genere, è chiaro) e il resto, per dirla con Nietzche, è conseguenza. E’ sottinteso che quando dico
    musica di qualità non intendo riferirmi solo alla canzone d’autore o a prodotti più direttamente artistici. C’è tutto un mondo musicale “popolare” che ha la sua dignità e tutto il diritto di vivere. Il guaio è che anche questo nel corso degli anni ha subito un processo di banalizzazione. Tanto per capirci, chi erano negli anni ’70 i cantanti per tutti, quelli “nazionalpopolari”, quelli melodici che incantavano le masse, dall’adolescente alla mamma che cucina? Scommetto che a molti di noi verranno subito in mente nomi di gente chiamata LUCIO BATTISTI, RICCARDO COCCIANTE, CLAUDIO BAGLIONI. Ossia, a prescindere dai nostri gusti musicali, obiettivamente dei geni della canzone. Facciamo il paragone con l’oggi (o lo ieri, non cambia granchè) o rinunciamo in partenza per lo sconforto?
    Oppure prendiamo un livello ancora più basso di fruizione: le canzone per bambini (c’è poco da fare, gran parte della nostra sensibilità musicale si forma a partire da quello che ascoltiamo da bambini e da ragazzotti): con chi paragoniamo oggi alcune canzoni deliziose di Bruno Lauzi, Sergio Endrigo, arrangiatori di gran gusto come Pippo Caruso, o casi più isolati (penso a Beppe Chierici e Daisy Lumini) o cose tipo “Alla fiera dell’est” o “Samarcanda” o “Azzurro” che, pur se non ai bambini espressamente dedicate, venivano da essi immediatamente adottate e fatte circolare nei cori e nei giochi? A Cristina d’Avena?

    par. 2: “ BUONGIORNO, SONO LO STATO: COSA POSSO FARE? ”

    Alla bonora ti presenti, sono cinquant’anni che aspettiamo una legge generale sulla musica e tu adesso ti fai vedere…. Per chi non lo sapesse, di una legge sulla musica “leggera”, o popolare che dir si voglia, se ne parla da un fottìo, orami è quasi leggenda, una sorta di pecurillo. Con il governo Prodi sembrava fosse cosa fatta, potendo anche contare su un vicepresidente del Consiglio come Veltroni appassionato del suo. Poi le cose andarono come andarono, prima passò la mano Prodi, poi d’Alema, poi tutto il centrosinistra, e buonanotte ai suonatori. Ma a parte questo, in concreto, cosa può fare la Cosa Pubblica per migliorare lo status quo?

    Alcune tracce:
    1 - Portare avanti il progetto di abbassamento dell’I.V.A. sui prodotti fonografici, specialmente (anzi direi esclusivamente) se si fosse riscontrata presso le Associazioni discografiche la disponibilità ad abbassare da parte loro i costi dei CD e a puntare sulla bellezza in luogo della pedofilia musicale (rubo la felice espressione usata da Ivano Fossati per descrivere l’odierno andazzo). La questione dell’I.V.A. è un vecchio discorso, e se è vero che è spesso tirato in ballo dai discografici per pararsi il culo quando gli si fa notare che sborsare 21 euro per un CD lo troviamo un po’ esagerato (e qui andiamo di Gazzè), non per questo è del tutto pretestuoso. Come ormai sanno anche i sassi, attualmente in Italia si applica ai prodotti fonografici l’I.V.A. del 20%, cioè si considera il disco, la musica, un genere voluttuario come tanti altri, in pratica gli si nega il valore culturale che dovrebbe stargli alla base. Naturalmente questa tassa finisce, come è ovvio, per essere pagata dai consumatori che si vedono accresciuto il costo del CD o del concerto, e in seconda battuta frena lo stesso mercato della musica. Per ragionare in soldoni diciamo che, centesimo più centesimo meno, per un disco nuovo, a prezzo pieno, significa che 3 euro e mezzo di quanto si paga sono di I.V.A. Per i libri e i giornali, invece, lo status privilegiato di prodotto culturale è giustamente riconosciuto, tant’è vero che l’I.V.A. scende al 4%, quindi incide molto meno sul prezzo finale. Il mondo musicale, a più riprese, ha chiesto ai vari governi di considerare la musica alla stregua di un libro e di condividerne quindi l’I.V.A. al 4%. Le ragioni non mancano: possiamo considerare la musica di Ludwig Van Beethoven, Charlie Parker, Fabrizio De André (tanto per fare nomi a 360° e difficilmente contestabili) come
    non-cultura, e quindi come beni voluttuari? E quanti centinaia di altri nomi potremmo fare su scala mondiale altrettanto autorevoli e fuori dall’opinabilità del gusto? E d’altra parte, siamo sicuri che il fatto che qualcosa sia scritto su di un libro sia automaticamente una certificazione di “culturalità”? E i libri dozzinali che riempiono gli scaffali di gran parte delle librerie, più o meno sul livello del tipo “Barzellette sui carabinieri” che si trovano oramai solo alle stazioni, quelli dei comici squallidi, dei finti poeti, dei VIP televisivi il cui destino, ci ricorda Bersani, è di finire con un dente annerito sulla Settimana Enigmistica, tutti questi, siamo sicuri che facciano della Cultura? (a meno che non la intendessimo in senso antropologico, ma allora in questa accezione è cultura anche il collare antipulci per il mio cane, ne avessi uno). Da questo stato di cose germogliano anche casi paradossali: se una casa editrice pubblica 30 testi di Paolo Conte paga l’I.V.A. al 4%, se gli stessi 30 testi appaiono su un booklet di un CD di canzoni pagano l’I.V.A. al 20. O ancora: se accludo un CD a un libretto venduto in libreria o all’edicola pago l’I.V.A. al 4%, se all’inverso accludo lo stesso libretto allo stesso CD e lo vendo nei negozi di musica pago il 20. Il tutto appare decisamente un po’ schizofrenico, nevvero? Come già ricordato, la questione non è certo un’esclusiva dei nostri giorni: è dagli anni ’50, cioè da quando il mondo del disco assume i connotati di un’industria moderna che la diatriba va avanti. Mario de Luigi, il già citato direttore di “Musica e Dischi” in suo libricino edito anni fa per LATO SIDE, scriveva che “Fra i problemi più scottanti per l’industria, in quell’epoca, c’era la classificazione dei dischi- da parte del governo- come articoli voluttuari e di lusso, quindi soggetti all’IGE del 5%. Le proteste degli operatori del settore, di cui l’on. Liguori si fece portavoce con un’interpellanza alla Camera, per la riduzione dell’imposta, rimasero per lungo tempo senza esito: solo nel ’57 l’obiettivo sembrò raggiunto, e l’IGE fu portata al 3%; ma risalì al 4% nel giro di pochi anni” (per non equivocare: l’IGE non era comunque l’unico dazio). Tanto per restare in ambito storico non fu certo un caso che la prima grossa crisi di vendite dopo un decennio di crescita continua si ebbe nel 1961, proprio in corrispondenza di una tassa governativa straordinaria corrispondente a un ulteriore 10%: impennata dei prezzi di vendita, flessione degli acquisti, molte etichette costrette a chiudere o a ridurre considerevolmente l’attività. La ripresa rinizierà nel ’64 anche per la contemporanea affermazione sul mercato delle “serie economiche”. La stessa dinamica riscontreremo più di 30 anni più tardi: l’I.V.A. innalzata al 20% (1997) ha come conseguenza negli anni seguenti il calo delle vendite del 10%; nel 2002 la promozione di serie economiche di CD reinverte la tendenza in positivo. E’ possibile trarre qualche insegnamento da tutto questo? Per tornare alle odierne responsabilità politiche, da un paio di anni il sorridente refrain che viene dal Palazzo è: “C’avete tutte le sante ragioni, e vi pare che se dipendesse da noi non vi saremmo già venuti incontro? Purtroppo tutto deve essere valutato in sede europea per uniformare su vasta scala questo tipo di tassazione.” Ora, noi non abbiamo motivi di credere il contrario, sta di fatto che intanto nel resto d’Europa ognuno continua bellamente a imporre sui dischi (e su tutti i prodotti che girano attorno alla musica) la tassa che più gli pare. Tanto per fare qualche numero e anche per non fare i soliti vittimisti (ruolo in cui le case discografiche sono un’indiscussa autorità) diciamo che non abbiamo affatto l’I.V.A. più alta rispetto ai nostri partners europei (è tanto che volevo scrivere anch’io un’espressione come questa: partners europei…): La Norvegia, la Danimarca e la Svezia stanno al 25%, l’Irlanda, il Belgio, la Francia e l’Austria sono al 21%; la Germania è poco sotto (16%) e l’incidenza più bassa la fa registrare la Svizzera (6,5%). Recito questa litania di dati (riportati da Luca Stanti di AudioCoop all’ultimo Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza) sia per zittire il coro di piagnistei di casa nostra sia per mostrare quanto poco oggi sia realistica un I.V.A. al 4% (ci crederò quando l’Inter vincerà lo scudetto e Previti sarà biscardianamente assicurato alle patrie galere). D’altronde non mi pare nemmeno di vedere in Europa tutta questa frenesia di uniformare, auspicabilmente verso il basso, l’I.V.A. sui dischi, anche perché significherebbe diversi guiderdoni in meno per le casse statali, e di questi tempi, signora mia, con quello che costa la vita…
    Infine: sperare in un sostegno autonomo alla cultura dai tristi figuri che oggi sgovernano l’Italia è come chiedere a Erode di finanziare un asilo.
    Per il momento, questione chiusa.

    2 - Stabilire quote minime di musica italiana nelle radio e nelle TV, lo so che qui mi avvicino pericolosamente a certe posizioni della destra, Dio solo sa quanto mi costa, ma non so che farci. D’altronde una legge simile è in vigore attualmente in Francia, e infatti nell’ultima settimana di gennaio 2004 ben 9 CD della Top Ten francese erano prodotti autoctoni: non si tratta di fare del protezionismo culturale, come s’inarcano i Padre Pio del libero scambio, è solamente una legittima difesa contro le corazzate economiche anglonippoamericane che si sono già mangiate gran parte delle case discografiche italiane e degli spazi (a pagamento) in radio e TV. Ai paladini del
    laisser faire, laisser passer a tutti costi, verrebbe da chiedere: qual è la quota di musica non americana che viene fatta ascoltare in USA? E quale la quota dei film non statunitensi che arrivano sui loro schermi? Allora: chi è oggi il vero protezionista? Certo, tutto questo non garantirebbe affatto la qualità ma ci sarebbe di sicuro più spazio per qualche rischio, più pecunia per le etichette che si occupano di musica italiana e quindi più soldi per investimenti sulla qualità.
    3 - Scartare la tentazione dell’assistenzialismo scriteriato (tipo l’art. 28 sul cinema) e dell’accademismo: oggi il 75% dei Fondi per lo Spettacolo (cioè di tutti i soldi che lo Stato destina a musica, teatro, cinema, ecc) va agli enti lirici, vi pare una cosa possibile?
    4 - Selezionare i soggetti che portano avanti realmente un discorso di dignità musicale, sostenendo economicamente, o anche attraverso sgravi fiscali, le etichette, le associazioni, i locali e le radio che si collocano su linee di azione artistiche e culturali. Dice: e come facciamo a distinguerle, con quale criterio oggettivo? Con nessuno, o meglio con un criterio soggettivo che è lo stesso che si usa per sovvenzionare le scuole private, le Associazioni Culturali, o gli stessi giornali e periodici. Lo stesso che fa sì che lo Stato aiuti un po’ una rivista che si occupa di letteratura o di pittura o di problemi sociali e non “Le Ore” (ammesso che ancora esista la benemerita).
    5 - Fare in modo che la RAI dia spazio alla musica di qualità: una volta (parlo di metà anni ’80, mica la Prima Guerra Mondiale) c’era una trasmissione capolavoro come D.O.C. di Renzo Arbore. Alle 15 di ogni giorno ti sintonizzavi su RAI 2 e, fra sketch e siparietti leggeri e divertenti, ti beccavi DAL VIVO o in splendidi reperti televisivi, tutta la più bella musica del mondo senza preclusioni di generi: da Ivano Fossati a Miles Davis, da Pat Metheny ai CCCP, da Pino Daniele a B.B. King, dai Beatles a Fiorella Mannoia. Quanti dischi in più sono stati venduti per merito di Renzo Arbore? Era una trasmissione invidiata da tutta Europa, stars internazionali erano allibite dalla serietà dello staff e dal fatto che più che in uno studio televisivo potevano esibirsi in una vera e propria sala per la musica live, con strumentazioni tecniche e risorse umane altamente professionali. Durò un paio di anni, poi il confino a tarda notte (23.40) e la successiva definitiva morte decretata dall’allora responsabile RAI 2 Giampaolo Sodano. Motivazione? L’Auditel! E che se no? Che poi non era da buttar via, ma vuoi mettere i milioni che al tempo ti garantiva a quell’ora una soap, o, oggidì, una bella “Vita in diretta”? Ragioniamo un po’, anzi no, buttiamo giù di botto, come in un
    brain storming, al volo, così come ci si affacciano alla mente, senza ragionarci troppo, tutte le cose che fa oggi la TV pubblica (pagata con i soldi di tutti, sarà demagogico ripeterlo, ma è così) per la musica popolare: Top of the Pop (o quell’altra fregnaccia praticamente uguale che risponde al nome di CD:live che di live non ha una beneamata), i servizi in ginocchio di Mollica (al quale voglio anche un po’ di bene perché di buona musica ne mastica e ne ha masticata, ma per il quale non pare che ci sia alcuna differenza tra l’ultimo CD ammiccante di Paola e Chiara e quello di Tom Waits: sono tutti capolavori imperdibili) qualche concerto (anzi, pardon, evento) del più recente uomo-classifica, ospitate varie di musica indecente in trasmissioni indecenti (se non altro è salva la coerenza), Sanremo per una settimana in full immersion (parentesi vuota) e il Club Tenco scagliato lontano lontano in qualche notte estiva, lost in the palinsest. C’è altro?

    par. 3: “ BUONGIORNO, SONO LA S.I.A.E.: COSA POSSO FARE? ”

    Innanzitutto chiederti come mai, per quale bizzarra ragione, tutti coloro che in Italia hanno in qualche modo a che fare con la musica (a parte le poche centinaia che ingrassi con ripartizioni creative e borse di studio gonfiate) ti bestemmiano quasi ogni giorno.
    La SIAE non è un Ente Statale ma agisce in regime di monopolio, quindi da una parte c’è uno Stato dietro che ha permesso la sua cancrena, dall’altra c’è chi su questo marciume ci s’è arricchito. Troppo spesso, anche oggidì, la S.I.A.E. non fa altro che recitare la parte dell’Al Capone dello Spettacolo, materializzandosi solo quando si tratta di esigere quello che agli occhi dei più si configura come vero e proprio pizzo sull’arte. La SIAE, e lo dico io che sono un suo iscritto, si dovrebbe invece decidere a promuoverla, la musica, invece di affossarla. Tanto per dire: la quota SIAE che i gestori dei locali o gli organizzatori degli eventi, fatti i dovuti distinguo tra i vari livelli, devono pagare per ottenere il permesso ad ogni concerto o ogni volta che comunque c’è musica dentro il locale, è assurdamente troppo alta. Facciamo qualche cifra e partiamo dall’ipotesi più bassa: un concerto organizzato in un piccolo spazio (100 posti), senza biglietto d’ingresso e senza vendita di alcunchè all’interno, magari in beneficenza. Bene: la SIAE vi staccherà dalle mani più di 100 euro, a fronte di un versamento nelle tasche degli aventi diritto (gli autori delle canzoni eseguite) che raramente supera in tutto i 20 euro. E questa è la tariffa più bassa: se il posto è più grande, se c’è un biglietto di ingresso, se si fa musica che può far ballare (ma dico io!), se all’interno del locale si vende qualcosa, i prezzi si alzano sensibilmente. Senza contare che se uno sbaglia una lettera il borderò (il foglio dove si segnano i pezzi eseguiti) viene annullato e ciao diritti, oppure che i proventi della musica da discoteca vengono in gran parte stornati arbitrariamente sulla musica liscio, e similmente accade per altre voci (diritti teleradiofonici) che proprio equanimi non sono. Tutto questo è un pesante freno per la musica live: dopo il ritorno della musica dal vivo degli anni ’90 in concomitanza con l’esplosione delle birrerie e affini, oggi in molti non se lo possono più permettere, anche per la questione dei versamenti ENPALS (la pensione degli artisti) che la SIAE oggi verifica per convenzione facendo finta di non vedere la differenza che intercorre tra lavoratori dello spettacolo a tutti gli effetti e semplici musicisti-amatori. Di conseguenza è sempre più difficile rientrarci delle spese, di conseguenza si rischia di avere sempre meno musica live in giro, specialmente quella di qualità e di innovazione perché i gestori di locali dal vivo, che giustamente non stanno lì a far beneficenza, puntano sempre più sulle carte sicure: Karaoke, DJ set, divetto del momento meglio se uno del Grande Fratello e simili, gruppi cover (dai mostri sacri alla disco-dance). Quindi, cara SIAE: riduci di gran lunga la quota che ti spetta e specialmente nel caso di bilancio passivo (ho incassato di meno di quanto ho speso per il gruppo, perché cazzo devo pagare un botto di SIAE?). Inoltre sarebbe bene che tu esentassi centri giovanili ed associazioni culturali (quelle vere) a cui nulla gliene viene in tasca, anzi spesso ci rimettono già di tasca loro, di soldi, di tempo, di stress, e che si ritrovano a doverci anche pagare sopra una tassa (la tassa sulla passione?)

    par. 4: “ BUONGIORNO, SONO UN GESTORE DI UN LOCALE CHE VORREBBE PROPORRE MUSICA DAL VIVO: COSA POSSO FARE? ”

    1 - Capirci un po’ di musica (a volte aiuta).
    2 - Non penalizzare chi fa musica originale.
    3 - Consentire a chi fa della buona musica, ma magari un po’ difficile, di esibirsi più volte per crearsi un suo pubblico.
    4 - Munirti di un buon impianto audio e luci, inoltre posizionare una discreta batteria: è una spesa che farai una volta sola all’inizio (non più onerosa di tante altre cazzate) ma che poi ti consentirà di risparmiare ogni volta che inviti un gruppo a suonare.
    5 - Promozionare bene la serata, spiegando come sarà lo show e valorizzando il gruppo.
    6 - Organizzare una rete di locali musicalmente compatibili all’interno della quale “suggerire” i musicisti più meritevoli. E’ un’ipotesi lanciata già da più parti (ricordo qui la rivista “L’isola che non c’era” e il conduttore radiofonico e direttore artistico Massimo Cotto) prassi che in qualche caso, più o meno a sistema, è già in corso: penso ad alcuni locali ARCI, al circuito legato ad “Arezzo Wave” e ad altre iniziative simili.

    par. 5: “ BUONGIORNO, SONO UN ARTISTA AFFERMATO: COSA POSSO FARE? ”

    1 - Intanto sii cosciente, oltre della tua bravura, del tuo culo: una serie di combinazioni, alcune fortunate, altre meritate, ti hanno portato dove sei, non scordarlo. Poi il meglio che tu possa fare per restituire almeno un po’ della tua fortuna è essere di aiuto a giovani cantanti nel quale tu riconosci, prima delle potenzialità commerciali, quelle creative. Puoi esserlo in vari modi, perché ogni cosa che dici e fai è ascoltata da centinaia di migliaia di tuoi fans, da giornali e TV. Qualche dritta: puoi incidere una volta ogni tanto una bella canzone del suddetto “delfino”, te lo puoi portare con te in concerto, ma non in apertura a fargli fare la parte che nei film porno è definita con un francesismo “addrizzacazzi”, ma ritagliandogli uno spazio a metà serata. E’ una buona maniera per far capire al tuo pubblico che l’altro ha della stoffa: hanno fatto signorilmente così Enrico Ruggeri che anni fa “battezzò” un giovane Aleandro Baldi e recentemente Samuele Bersani con Pacifico. Oppure potresti aderire al consiglio che ho dato al tuo discografico al par. 1, punto 4. Certo, c’è il rischio che il tuo pupillo prima o poi ti soffi il posto, nel qual caso niente panico: ti aiuterà lui…
    2 - Nell’eventualità che tu fossi uno che con la musica ha fatto e continui a fare un fracco di soldi, e in Italia tutto sommato non siete così pochi, potresti dare ascolto al provocatorio David Riondino che nel 1990 lanciò una sua proposta di legge definita “Legge Ramazzotti” in base alla quale un cantautore oltre un tot miliardi guadagnati dovrebbe essere obbligato a fare da mecenate alle giovani leve.
    3 - Sempre in tema di soldi spesi bene, perché tu, O Sommo Artista che spesso ti lagni delle radio che non propongono più programmi di buona levatura musicale, non tiri su una cooperativa, o quello che pare a te, per acquistare qualche frequenza radio e metter su un’emittente davvero bella? Perché sei così snob da lasciare lo spirito imprenditoriale a chi poi ne farà cattivo uso, e poi lamentartene anche?

    par. 6: “ BUONGIORNO, SONO UN MEDIA DELLA COMUNICAZIONE: COSA POSSO FARE? ”

    Prima di tutto verifica quanto è lunga la corda che il tuo padrone ti lascia. Poi, nei limiti di quanto puoi, cerca di allargare questi margini di libertà facendoti guidare dalla tua competenza e non da logiche affaristiche che nulla hanno a che fare con la musica.
    1 - SE LAVORI IN UNA RADIO- Non vendere l’anima alle multinazionali e alle loro
    heavy rotations, prova ad avere una linea editoriale propria. Significa spremere le meningi e farsi venire qualche buona idea. Lo so, non sei più abituato a pensare, forse non l’hai mai fatto perché mamma major te l’ha vietato. Ma dài retta a me: all’inizio ti sembrerà strano, ti farà un certo effetto, forse ti farà un po’ male. Poi vedrà che ti piacerà e non potrai più farne a meno.
    2 - SE SEI IL DIRETTORE O IL CAPOREDATTORE DI UN GIORNALE O PERIODICO- Non costringere i tuoi giornalisti ad occuparsi solo del cantante che fa tendenza in quel momento, e magari a dirne sempre bene sennò se ne ha a male. Abituali alla schiettezza, sempre corretta, ma che sia sempre davanti a loro la possibilità di esprimersi in piena indipendenza di pensiero.
    3 - SE LAVORI IN TV nel campo dello spettacolo potresti provare, RAI o MEDIASET o LA 7 o MTV o chi cippa tu sia, a non trattare i tuoi giovani utenti come fossero poveri deficienti. Giovinezza non significa lobotomia. Concediti qualche mese fuori dalle tagliole per orsi dell’Auditel, rispolvera il vecchio Indice di Gradimento e prova a orientarti anche con quello. Non dico che dall’oggi al domani devi essere il Robin Hood della musica, sono abbastanza scafato da non illudermi di nulla, ma tra 10 programmi musicali fatti a cazzo, uno intelligente, uno fuori dagli schemi e dai diktak dall’alto, ce lo vuoi mettere santo dio? Ma possibile che nel primo pomeriggio, quando i ragazzi sono davanti alla TV e ancora non hanno cominciato a svolgere i compiti, non si può fargli vedere niente altro che le vomitevoli storie made in De Esauneo, o le fregnacce della De Filippi, o le pacchianate americane sottotitolate di MTV? Dice: e che ci metto? Beh, chessò, ‘na cosa tipo il già ricordato D.O.C., o il più vecchio
    Mr. Fantasy, che tra l’altro esplorava nuovi linguaggi ed era comunque molto seguito, o al limite anche cose tipo il recente Roxy Bar di Red Ronnie, che tra tutte le sue insopportabili menate aveva il pregio della libertà e di proporre valida musica dal vivo. Infatti nel passaggio da TMC 2 a MTV l’hanno subito segato, tanto per far capire che aria tira.

    Insomma gente, io qualche indicazione ve l’ho data, magari voi, che a differenza di me siete pagati anche per questo, metteteci qualcosa del vostro e correggete qualche puttanata che posso aver scritto, ma insomma, è ora di alzarsi, togliersi quel dito dal culo (scusa Walter se ti frego la battuta) e cominciare a pensare e ad agire da uomini liberi e non da sciocchi ed utili servi.

(4- fine)

            Andrea (K) CAPONERI, ottobre 2003 - febbraio 2004
email: andreacaponeri@tiscalinet.it

 

REDAZIONE di ALENAPOLI.Net

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